Estate 1999 o giù di lì.
Ci chiamavano “Quelli del cubo”.
Una compagnia di ragazzi, per lo più compaesani, che si ritrovavano nel quartiere popolare.
Il “cubo” non era altro che un blocco di cemento che presentava un’ entrata per la manutenzione sotterranea del quartiere.
Il programma per quella notte estiva era una trasferta alla casetta degli Alpini a Marsure; luogo dove si svolgevano spesso concerti e feste della provincia pordenonese.
Poi sarebbe proseguita in After a Lignano Sabbiadoro per vedere l’ alba.
La nostra prima meta in realtà è un posto segreto che si trova oltre la casetta degli Alpini, seguendo un complicato ed angusto sentiero circondato da una vegetazione molto folta.
Il sentiero termina in un’ isolata e piccola zona di roccia che si affaccia su uno strapiombo, ad una pozza d’acqua , con nessuna visibilità. In alto solo le stelle.
Impossibile stimare la profondità della pozza; nessuno di noi si è scoperto Indiana Jones e si è spinto all’esplorazione del “buco”.
Fino a stanotte.
Stasera siamo una dozzina e come d’abitudine ci sistemiamo alla bene e meglio armati di birra, gangia e chitarra.
Tra questi ci sono Sbunny, Rosco, Bozza, Memphis e Clizia.
Li cito non perché siano più importanti degli altri ma perché avranno un ruolo determinante in quella che sarà una notte per me indimenticabile, nel bene e nel male.
Qualcuno si mette subito al lavoro nel rollaggio.
In questo periodo sto cavalcando la velleità di essere membro di una band post-grunge, i Dust On Paper.
Rosco ed io ci crediamo molto ma facciamo indiscutibilmente cagare.
Sono tempi in cui un ragazzo ha urgenza di esprimersi, di scoprire, sperimentare.
E rimorchiare.
Nel repertorio abbiamo qualche pezzo unplugged così approfittiamo del pubblico e della mancanza di vie di fuga per fare una piccola session.
Conclusa l’ agonia Rosco dichiara, tra lo sgomento generale, che quello che sta accendendo è l’ ultimo joint rimasto.
Poco male.
Birra ce n’è ed io mi sento già cotto a puntino.
All’ improvviso mi ricordo di essere rimasto in parola per avvisare un altro personaggio che ci dovrebbe raggiungere: Vidocq.
Ovviamente il buon Nokia 3310 non ha segnale in una zona così isolata quindi valuto di raggiungere la casetta e da lì chiamarlo.
Mi alzo in piedi e già uno svarione mina il mio equilibro.
Faccio lo sbruffone (non esiste che mi faccia vedere in difficoltà) e cercando di mostrare nonchalance metto un piede davanti all’altro verso quello che mi sembra l’inizio del sentiero.
È buio, non si vede un cazzo, le uniche luci sono le bronze delle Diana Blu accese.
Memphis: “Dove stai andando?”
P: “Vado a recuperare quel coglionazzo di Vidocq!”
M:” No, intendo dire dove cazzo stai andando, stai andando dalla parte sbagliata!”
Il mio piede destro non trova sostanza e in un attimo sto cadendo di schiena nel vuoto.
Vi confermo la veridicità di quello che solitamente si dice riguardo a queste situazioni: il tempo rallenta veramente e nonostante non mi sia passata la vita davanti ricordo perfettamente di essermi preparato con rassegnazione allo schianto.
SBAM!
O meglio:
SPLASH!
Vengo inghiottito da una massa gelida e buia e subito mi affretto a cercare di raggiungere la superficie.
Riemergo ma non riesco a dire niente, penso solo a caricare i polmoni di ossigeno, con molto affanno.
Sento le voci degli altri ma non riesco a distinguerle; concentrarmi è difficile perché mi assale la consapevolezza che la pozza è profonda, non tocco il fondo.
Mi sembra di intravedere fugacemente nel buio una presenza; dev’essere frutto della mia immaginazione, del mio cervello che cerca di elaborare l’ accaduto.
Trovo un appiglio.
Una parete di roccia.
Mi aggrappo e cerco di riprendere fiato.
Un buio, un freddo…
Valuto i danni.
Mi brucia la spalla ma non oso staccare il braccio dalla parete per controllare; ho perso gli occhiali e non c’è alcuna fonte di luce.
Vedo solo la sdrucciolevole roccia davanti ai miei occhi.
Sono sotto shock ovviamente, altrimenti non si spiega come per tranquilizzare gli altri che sono vivo lo faccio ridendo sguaiatamente.
Rosco mi urla che da lassù non mi vedono e io gli spiego la situazione, del mio appiglio.
“Adesso veniamo a prenderti!”
La cosa mi rincuora e cerco di farmi sentire tranquillo.
Bozza parte alla ricerca di una via d’accesso; sento distintamente lo spezzare di rami per farsi spazio nella fitta vegetazione ma intuisco dalle sue imprecazioni che il problema principale è la scarsa visibilità e l’impossibilità di capire la mia esatta posizione.
Cerco di sdrammatizzare.
“Come stai?!”
P:”È freschetto, regaz! Fumerei volentieri una paglia ma ho la leggera impressione che siano zuppe.”
Un buio, un freddo…
Il tempo passa e mi rendo conto che inesorabilmente sto perdendo mordente nella presa.
Forse i miei compari hanno bisogno di maggiore motivazione quindi comincio ad allarmarli sulla mia stanchezza.
P: “ Ok ragHashish, comincio ad essere stanchino e non vedo un cazzo di niente e di nessuno intorno a me…”
Vedo solo questa cazzo di parete che in questo momento è tutto quello che ho, tutto quello che conta.
All’ improvviso Bozza urla qualcosa di agghiacciante, qualcosa che sa di fallimento.
Bozza: “Forse…forse potresti farti trasportare a valle dalla corrente e ti recuperiamo laggiù!”
Mi si gelerebbe il sangue se non fossi già tremante ed infreddolito.
Un buio, un freddo…
P: “ MA SEI FUORI?!”
Per quanto assurdo sia il “suggerimento” di Bozza è determinante per farmi giungere alla consapevolezza che se non agisco e mi prendo il rischio non ci sarà nessuna Lignano, nessun ritorno a casa, nessun rimorchio, nessun lieto fine. Niente di niente.
Con le mani faccio tutta la pressione che riesco ad esercitare sulla roccia spingendomi lateralmente sulla sinistra.
Sono di nuovo completamente nella massa buia e gelida.
Un buio, un freddo…
Due o forse tre bracciate.
Un momento infinito.
Sbatto violentemente il ginocchio su qualcosa…
Forse se cerco il fondo con le gambe e con le braccia posso…
Mi ritrovo in piedi, con l’acqua che non arriva neanche alle ginocchia.
Porca troia…la sponda non era a più di due metri dal mio affezionatissimo appiglio.
Un buio,un freddo…ma un sollievo…
Aggiorno gli altri.
Grida di giubilo e di gioia.
Valuto la nuova situazione.
Capisco che ho fatto un volo in caduta libera di circa 4 metri.
La pozza è circolare con neanche mezzo metro di sponda; mi accorgo che sotto la parete dalla quale sono caduto, dove in cima ci sono i miei compari, c’è una porzione di roccia…
Se non fossi piombato giù al centro del buco…
Controllo i danni…un’ escoriazione taglia perfettamente in verticale il tatuaggio che mi circonda la spalla.
Pensavo peggio.
Alle ragazze piacciono le cicatrici, raccontano una storia.
I pantaloni beige sono lacerati sul ginocchio e mostrano chiazze di muschio in più punti. Poco male, me ne farò una ragione.
Rimane da capire come raggiungere i regaz.
Mi avvicino alla parete, alzo lo sguardo e vedo gli inconfondibili Jeans azzurri di Rosco scendere verso di me.
Un’ evasione. All’ inverso.
Mi aggrappo e in pochi attimi vengo issato in cima.
Ricado sulle pallide gambe di Rosco e su tutti gli altri che trattenevano il mio amico per evitare di scivolare.
Un buio, un freddo…ma un poi un calore, amici miei.
Tanti abbracci e occhi lucidi.
Rosco mi guarda con sguardo severo:
R: “Mi devi una canna…quello che avevo acceso l’ho buttato appena sei scivolato giù.”
P: “Quello che vuoi. Ma adesso andiamo a Lignano, giusto?”
R: “Ovvio.”
CONTINUA.
