Quello che non so di te

2 Aprile, 2022.

È decisamente troppo tempo che manco ad un Live. Sono al limite.

Sono così sovraeccitato di tornare sotto un palco che da una settimana fatico a prendere sonno.

Sono consapevole di crearmi troppe aspettative ma è un flusso di pensieri ed immagini che non riesco ad arrestare.

È un po’ come tornare ragazzini, all’ avvicinarsi della mega festa super figa di capodanno; poi alla fine ti trovi con i soliti amici stronzi, qualche cannetta e nessuna ragazza. Le solite seghe mentali.

Però stavolta l’occasione è ghiotta:

Motta al Capitol di Pordenone, di sabato sera, in piedi, con quasi nessuna restrizione anti-covid pronta a snaturare la magia di un tipico e sano Live.

L’ incontro con i miei amichetti danzanti dovrebbe essere al Buso, per il solito aperitivo, ma decido di concedermi un Martini Cocktail in solitaria al Puerto Rico.

Martini Cocktail rigorosamente con Tanqueray e non troppo secco.

Mentre osservo il fiume di gente che percorre Corso Vittorio Emanuele decido di sfruttare il momento per fare un ripasso in cuffia dei miei pezzi preferiti di Motta.

Giungo alla conclusione che ciò che mi ha conquistato di questo cantautore è la sua capacità di riuscire a comunicare con più generazioni; una sensibilità universale, fuori dal comune.

Arrivo alla versione Live di “Roma stasera” che sento già l’adrenalina pre-concerto salire. È forse il pezzo che stasera attendo con maggiore trepidazione.

Prossima meta: Buso.

Alla spicciolata arrivano Rita, Pablo, il Mignottone Pazzo e Lei.

Cominciamo a sbevucchiare, tutti tranne il Mignottone che è astemia.

Cosa che dopo anni di conoscenza ancora non mi spiego; non perché astemia ma per il fatto che sembra sempre ubriaca, uno spasso.

E quindi si parla di un po’ di tutto, ma principalmente di sconcezze, aspettative, desideri sessuali, cose irriportabili.

Arriva anche Mammachioccia, libera dagli impegni materni per questa sera, vogliosa come tutti noi di riassaporare l’atmosfera inimitabile del Capitol.

Tra un desiderio sessuale del Mignottone Pazzo, qualche ribolla a rimorchio e tante birrette, arriva l’ora di presentarsi all’evento.

Il Putano Hoffman ci aspetta per accoglierci all’ entrata; mi sembra piuttosto rilassato ma comunque concentrato affinché tutto vada bene.

Chissà quali sono i pensieri che gli frullano in testa, dopo 2 anni terribili per il settore e con la possibilità finalmente di ricominciare.

C’è gente. E già questo è un sollievo.

Troviamo il resto della ciurma, lo Zio Michele Misseri e il Rulo, impegnati a tracannare birrette con la mia amica DB.

La sua presenza mi spoilera chi Motta inviterà a partecipare sul palco per un’ improvvisazione. Ma ci arriveremo.

Il bancone è vuoto e ci gettiamo con arroganza.

Il Mignottone nel frattempo intrattiene lo Zio Michele ed il Rulo con una delle sue freddure: << Ma se Motta va al mare diventa Marmotta?>>

I due rimangono di sale mentre Mammachioccia e Lei scoppiano in una fragorosa risata.

Non si da per vinta e ripete la battuta a dei malcapitati sconosciuti.

In un attimo ed in puro stile Mignottone Pazzo vengono suggellate nuove amicizie.

Astemia, vi ricordo.

Altro giro al bancone.

Mi attraversa il dubbio che la capacità di giudizio sulla mia resistenza alcolica potrebbe essere già compromessa.

Faccio spallucce ed ignoro quel pensiero.

Stasera non voglio precludermi niente.

E qui devo fare la prima rivelazione post evento:

Ebbene sì.

La mia capacità di giudizio era così compromessa che parte di questo racconto è stato realizzato grazie ai ricordi degli altri partecipanti. Tutti si sono divertiti e quindi è stato un bel puzzle da ricomporre; alcuni eventi sono un po’ annebbiati ma le sensazioni ed emozioni sono bene impresse.

Arriva Francesco Motta sul palco e questi 2 anni di merda vanno a farsi fottere in un secondo.

Inizia con “Prenditi quello che vuoi” e “Del tempo che passa la felicità” per poi giustamente richiedere agli spettatori di lasciare i comodissimi divani in pelle del locale.

“Di gente seduta ne abbiamo vista fin troppa”, dice.

Il pubblico capisce e riempie completamente la pista.

Una mossa intelligente perché l’esibizione continua con “E poi finisco per amarti”, grande pezzo che aspettavo con trepidazione; soprattutto per un verso che personalmente mi libera di tutti gli strascichi di questi anni:

E ci sentiamo sempre unici

Come miliardi di persone sole”

Non faccio in tempo a godere di questo momento che arriva “Quello che siamo diventati”; brano che a parer mio rappresenta alla perfezione la generazione dei trentenni, quarantenni ed oltre (come il vostro affezionatissimo).

Sono croccante e preso bene, quindi approfitto della pacatezza di “Semplice” per fare il pieno di Gin Tonic, di cui già sto perdendo il conto.

Motta non rinuncia al suo vecchio amore per la batteria e rende tutto più coinvolgente percuotendo due timpani, in piedi al centro del palco, agitando la sua fluente chioma.

Ne guadagna anche il sound, perfetto per brani come “Prima o poi ci passerà”, ma soprattutto in “Quello che non so di te” ; un brano chiaramente influenzato dai Cure e dai Joy Division ma smaccatamente Pop.

Confesso che l’adoro. Anche perché mi ritrovo nel testo in maniera prepotente.

Scatto di nascosto una foto a Lei, con l’intento poi di stamparla e regalargliela per il suo imminente compleanno.

Abbiamo parlato tanto di questo ritorno agli eventi dal vivo. Mi sembra una buona idea.

Improvvisamente si spengono le luci e parte l’allarme antincendio.

Non resisto e nel silenzio attonito mi scappa di urlare un “ vabbè dai, fai l’ultima!” che suscita le risate sotto il palco.

Il buon Francesco, con grandissima naturalezza, imbraccia la chitarra acustica e parte con una versione unplugged di “Sei bella davvero”, sostenuta dalle voci di tutti i presenti.

Non ci ha fermato la pandemia, cosa vuoi che sia un guasto tecnico.

Viene ripristinata la normalità (scoprirò in seguito che Putano, con grande devozione, è rimasto incollato alla centralina antincendio).

L’ esibizione si dilata con “Via della luce”, “Abbiamo vinto un’ altra guerra” , “Chissà dove sarai” e con “Fango”, pezzo della sua vecchia band, i Criminal Jokers.

Continua a dilatarsi inesorabilmente anche il mio tasso alcolemico ma non gli do peso.

Sto bene, va benissimo così.

Durante “La nostra ultima canzone”, brano che dal testo dovrebbe fare riaffiorare perlomeno un po’ di Amarcord, mi accorgo di canticchiarla con leggerezza, senza quel carico emotivo che mi ha sempre procurato. Ed è veramente una liberazione, che porta a nuove consapevolezze.

Viene svelato l’ ospite della serata che non poteva essere altro che Gian Maria Accusani.

Ci regalano “Meno male che ci sei tu” dei Sick Tamburo.

Segue una breve pausa che guarda caso mi spinge verso il bancone. Di nuovo.

Motta e la band rientrano e fanno un bel filotto reale suonando “La fine dei vent’anni”, “Se continuano a correre”, “Ed è quasi come essere felice”.

Poi arriva il momento di “Roma stasera”. La canto e la ballo tutta.

Scoprirò in seguito che il Mignottone mi ha fatto un video a tradimento.

Video che mi ha messo di fronte al mio stato di ebbrezza, con grande vergogna.

Una Peffomanz quantomeno imbarazzante.

L’ho costretta a distruggerlo, ovviamente.

La degna conclusione di questo concerto è l’ intensa “Quando guardiamo una rosa”.

Si accendono le luci.

Tutto finito? Col cazzo.

La cumpa vuole e pretende di più.

Mi arriva una soffiata dalla DB: Motta, Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti e Gian Maria andranno all’ Astro Club per il party elettronico Modular.

Non ci facciamo pregare e ci lanciamo fuori a recuperare le carrozze.

Incomincio a camminare assieme al Mignottone e a Lei ma mi accorgo immediatamente che qualcosa non va.

Le cose sono due: o Corso Mazzini è diventato un enorme pista Tagada’ oppure fatico seriamente a deambulare in linea retta.

Si aggiunge il fatto che sbiascico frasi disarticolate.

Non va bene, non va bene per niente.

Non è una situazione usuale per me ma soprattutto non posso permettermi di essere in queste condizioni per un motivo più importante.

E qui arriviamo alla seconda rivelazione:

È da qualche tempo che nutro e dimostro interesse per Lei.

Lo sa benissimo e ne parliamo con molta onestà, ironia e un pizzico di malizia anche se nulla è accaduto; nonostante siamo amici è diventato un “gioco” divertente ed inaspettato, un cortocircuito affascinante provocato dallo scontro delle nostre rispettive aspettative.

Il leit motiv è “Vediamo che succede”; seguire il flow, insomma.

Per questo motivo non posso permettermi di rimanere in queste condizioni precarie di ebbrezza esagerata.

L’ alcol, si sa, è un ottimo unguento sociale ma può diventare scivoloso come una buccia di banana.

Ed io in questo momento sono il clown che sta per pestarla.

Riesco a recuperare una Red Bull e la bevo tutta d’un fiato.

Nel giro di poco tempo riacquisto concentrazione e prontezza di riflessi.

Torno umano; dismetto le scarpe ed il naso da pagliaccio.

Mi sento rigenerato.

All’ entrata dell’ Astro ci ritroviamo.

Mi viene raccontato che il Mignottone e lo Zio Michele hanno dato spettacolo canoro in macchina cantando a squarciagola i Fast Animals and the slow kids.

Mi accorgo anche che il Mignottone potrebbe avere delle mire nei confronti del Rulo, anche lui bello croccante. Ormai conosco bene le tecniche di assalto della mia amica. Oltretutto il Rulo sembra recettivo.

Potrebbe fornirmi involontariamente un assist.

Infatti, offuscato dalla mia precedente situazione psicofisica, non mi ero ancora accorto che anche Lei ha l’ ematocrito sensibilmente alterato.

Vediamo che succede, penso.

Entriamo e mi scappa già da ridere: di fronte al bagno individuo un avvilito Davide Toffolo e mi viene subito confermato che Motta e Gian Maria gli hanno tirato un bidone colossale.

Poco male.

Mi trattengo dal dargli una pacca di conforto sulla spalla.

Ci facciamo spazio tra la folla e ci fiondiamo al bar per i dovuti rabbocchi di Gin Tonic.

Della musica e del celebre DJ che presenzia stasera non ho nessun interesse.

Noto inoltre che le mosse di seduzione del Mignottone nei confronti di Rulo si sono fatte più aggressive.

Lo nota anche Lei quindi ne approfittiamo per uscire e fare il pieno di nicotina.

Fumiamo e parliamo, parliamo e fumiamo.

Sono rare le occasioni che ho per stare da solo con lei ed è tremendamente vicina.

Questa è la parte classica del film/commedia in cui lo sfigato nerd protagonista dovrebbe fare la sua mossa.

Da Clown a nerd, la trasformazione è completa.

La sensazione di essere sul filo del rasoio, quella sana paura di fare il passo più lungo della gamba e compromettere un rapporto così particolare, ci fa tornare ragazzini anche se siamo adulti già da un po’.

Ci scherziamo su e ne ridiamo.

Mi accorgo che in parte a noi c’è un nostro conoscente e questo frena il mio slancio.

Così continuamo la serata e rimaniamo sorpresi e delusi dal fatto che tra il Mignottone ed il Rulo non si è concretizzato.

Potrebbe essere involontariamente a causa dello Zio Michele, rimasto spettatore inconsapevole; il terzo incomodo.

Ci saranno altre occasioni.

La serata scivola via tra risate e altri drinketti, si fa una certa, ci salutiamo e ognuno va a casa sua.

Torno a casa e compio l’ atto finale dello sfigato mandando un messaggio a Lei, per giustificare le mie azioni e non azioni.

Ci ridiamo ancora su.

Epilogo:

Mi sveglio alla mattina con un tuono assordante nel cervello.

E’ una condizione sopportabile però paragonata ai 2 anni di nulla che abbiamo passato.

Forse non è tutto finito ma ricominciare a vedere le luci è stato elettrizzante e già comincio a spulciare i prossimi eventi.

Cerco di recuperare parti di memoria.

Prendo il Cell e scopro che la foto fatta a Lei è inservibile; il mio dito copre l’obiettivo.

Non benissimo, iniziamo male.

Scrivo qualche altro messaggio per diradare un po’ la nebbia.

Poco dopo mi arriva un messaggio da Lei in cui mi confessa che le ho chiesto di uscire. Altre risate.

Vediamo che succede.

3 commenti

  1. Avatar di ladeadeipiedi LaRosadiAndromeda ha detto:

    Insomma hai delle seratine niente male…

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    1. Avatar di pier79 pier79 ha detto:

      Si, ma è sempre più difficile recuperare purtroppo

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      1. Avatar di ladeadeipiedi LaRosadiAndromeda ha detto:

        A chi lo dici… Io da quando c’è il covid ho perso il ritmo e non riesco più a far troppo tardi.

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