Mark Hollis e’ uscito dal gruppo

Mark Hollis. 

Chi era costui?

E perche’ scriverne?

 Risposta al primo quesito:

Mark Hollis fu il fondatore dei Talk Talk, celebre gruppo synth pop degli anni ‘80 ed in seguito precursore del post-rock.

Risposta al secondo quesito:

Ne scrivo per l’importanza della loro influenza rivoluzionaria in campo musicale ma soprattutto per un sincero legame affettivo. 

Incomincerò proprio da quest’ultimo. 

E’ il 1984 ed ho 5 anni. 

Sono seduto a gambe incrociate di fronte al televisore. 

Come tutti i bambini della mia età adoro i cartoni animati ma grazie alle sorellone ho già sviluppato un certo interesse verso la musica ed in particolare per MTV che da qualche anno ha fatto la sua apparizione anche in Italia. 

Sto guardando questo personaggio singolare, bardato in un cappotto scuro e con uno sguardo malizioso e che sorride in maniera irriverente. 

Il tizio canta a favore di telecamera ma qualcosa non quadra; sembra prendersi gioco di chi lo sta filmando andando fuori tempo nel lip-sync ed a tratti esasperando le espressioni in modo bizzarro ed in parte inquietante. 

Anche la canzone fa presa nonostante le mie siano orecchie da bamboccio. 

Il video ed il pezzo sono quelli di “Such a shame” dei Talk Talk. 

Flash Forward. 

E’ il 25 Febbraio 2019. 

Tra le tante notizie che scorrono durante i Tg una mi colpisce dritta nel cuore. 

Mark Hollis ,da lungo tempo malato, è morto.

Raramente la scomparsa di un artista mi ha segnato così tanto nel profondo; in tempi recenti solamente Bowie e Battiato mi hanno commosso a tal punto da viverlo quasi fosse un lutto di una persona vicina. 

Questa malinconia perdura tutt’oggi non solo per quel preciso ricordo del 1984 a cui mi sento legato ma anche alla vita di quell’artista che con delle scelte audaci,anti-commerciali e rivoluzionarie ha cambiato il modo di comporre e produrre musica. 

Una scelta in particolare ha stravolto la percezione che avevo del mito della Rockstar, dell’artista maledetto destinato ad una vita breve ma sfolgorante. 

L’influenza dei Talk Talk:

Nei primi anni’80 l’album “It’s my life” proietta la band in cima alle classifiche europee e statunitensi. 

Il loro sound è un mix synth-pop e new wave caratterizzato dal timbro nasale di Hollis; ma a differenza di molti gruppi dell’epoca che non si sottraevano alle interviste, al Glam e al gossip I Talk Talk sembrano fuori posto. 

Le apparizioni nei canali mainstream ma soprattutto le interviste sono rare. 

Lo dimostrano anche i video prodotti; quel forzato lip-sync che mi aveva incuriosito da bambino non era casuale; era già un modo ironico per esprimere un disagio ed un distaccamento dalle dinamiche commerciali dell’ambiente pop mainstream. 

Nel secondo album “The colour of spring” incomincia un percorso di cambiamento nel sound della band; incominciano a sentirsi degli indizi di sperimentazione e contaminazione (in particolare Jazz).

E’ il terzo album che sublima questa trasformazione radicale. 

Nel 1988 nasce “Spirit of Eden”. 

L’intenzione rivoluzionaria di questo disco è paragonabile in tempi “recenti” a quella di “Ok Computer” dei Radiohead. 

La differenza sta che il primo, nonostante il plauso della critica , fu un disastro commerciale mentre il secondo cambio’ le regole per sempre grazie al successo delle vendite. 

Nonostante venga accolto bene e celebrato dalla critica si rivelerà un vero e proprio suicidio commerciale.

La band si allarga con altri 7 musicisti classici e jazz ed un coro mentre i testi si fanno molto personali e talvolta religiosi. 

Solo 6 brani che spaziano fra post-punk, classica, jazz ed ambient. 

Un drastico cambiamento per un gruppo che era sulla cresta dell’onda e secondo le intenzioni dell’etichetta discografica destinata a molto di più. 

Un album troppo strano ed audace per l’ascoltatore medio. 

Ad ogni modo sarà un punto di riferimento per il cambiamento musicale che da lì a poco maturerà: il post-rock. 

Non è abbastanza. 

Dopo un leggendario concerto a Montreux, vero canto del cigno dei Talk Talk ma soprattutto dopo aver pubblicato un album solista ancora più sperimentale (in cui anche il silenzio diventa uno strumento) Mark Hollis decide di ritirarsi a vita privata; senza auto celebrazione,in modo silenzioso e soprattutto non negoziabile. 

“Scelgo la mia famiglia. Forse altri sono capaci di farlo, ma io non posso andare in tour ed essere un buon padre allo stesso tempo”.

Io credo che questo sia davvero un gesto che possa definire un artista ma soprattutto un uomo.

Un gesto che personalmente ha soppiantato tutte le sregolatezze per cui ammiravo in gioventù figure “maledette” come Kurt, Morrison, Pistols e compagnia bella. 

Una scelta così spiazzante che credo abbia scandito il mio passaggio all’età adulta. 

Concludo questo “articolo” con un’ invettiva che si trasforma in un invito:

Nel panorama musicale contemporaneo le figure come quella di Hollis sono schiacciate dalla marea di merda che ci viene propinata giornalmente. 

5 autori per scrivere una canzone pop vendibile e visualizzabile sulle varie piattaforme sembrerebbe una cosa ridicola di per sé ma se poi ascolti il risultato capisci che stiamo grattando il fondo del barile. 

E noi, me compreso, stiamo mangiando quella melma. 

Ci siamo arresi. 

Prendiamoci un’oretta di tempo. 

Prendiamo un album della nostra giovinezza ,uno di quelli che ci ha stravolti, cambiati profondamente. 

Riascoltiamolo cercando di sentire cosa ha significato. 

Mandiamo un grosso vaffanculo alle attuali regole commerciali usa e getta. 

Il mio invito è forse un po’ pretenzioso ma se doveste coglierlo non esitate a farmelo sapere. 

Mi scalderebbe il cuore. 

Il vostro Affezionatissimo

“..Idealmente ciò che sarebbe bello e’ che la musica possa esistere al di fuori di qualsiasi momento riconoscibile…”

Mark Hollis

2 commenti

  1. Avatar di Sconosciuto Anonimo ha detto:

    Bravo Pier! Finalmente ho letto il blog, vado a recuperare un album e torno ❤️

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    1. Avatar di pier79 pier79 ha detto:

      Grazie Anonimo!😅

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