Mark Hollis fu il fondatore dei Talk Talk, celebre gruppo synth pop degli anni ‘80 ed in seguito precursore del post-rock.
Risposta al secondo quesito:
Ne scrivo per l’importanza della loro influenza rivoluzionaria in campo musicale ma soprattutto per un sincero legame affettivo.
Incomincerò proprio da quest’ultimo.
E’ il 1984 ed ho 5 anni.
Sono seduto a gambe incrociate di fronte al televisore.
Come tutti i bambini della mia età adoro i cartoni animati ma grazie alle sorellone ho già sviluppato un certo interesse verso la musica ed in particolare per MTV che da qualche anno ha fatto la sua apparizione anche in Italia.
Sto guardando questo personaggio singolare, bardato in un cappotto scuro e con uno sguardo malizioso e che sorride in maniera irriverente.
Il tizio canta a favore di telecamera ma qualcosa non quadra; sembra prendersi gioco di chi lo sta filmando andando fuori tempo nel lip-sync ed a tratti esasperando le espressioni in modo bizzarro ed in parte inquietante.
Anche la canzone fa presa nonostante le mie siano orecchie da bamboccio.
Il video ed il pezzo sono quelli di “Such a shame” dei Talk Talk.
Flash Forward.
E’ il 25 Febbraio 2019.
Tra le tante notizie che scorrono durante i Tg una mi colpisce dritta nel cuore.
Mark Hollis ,da lungo tempo malato, è morto.
Raramente la scomparsa di un artista mi ha segnato così tanto nel profondo; in tempi recenti solamente Bowie e Battiato mi hanno commosso a tal punto da viverlo quasi fosse un lutto di una persona vicina.
Questa malinconia perdura tutt’oggi non solo per quel preciso ricordo del 1984 a cui mi sento legato ma anche alla vita di quell’artista che con delle scelte audaci,anti-commerciali e rivoluzionarie ha cambiato il modo di comporre e produrre musica.
Una scelta in particolare ha stravolto la percezione che avevo del mito della Rockstar, dell’artista maledetto destinato ad una vita breve ma sfolgorante.
L’influenza dei Talk Talk:
Nei primi anni’80 l’album “It’s my life” proietta la band in cima alle classifiche europee e statunitensi.
Il loro sound è un mix synth-pop e new wave caratterizzato dal timbro nasale di Hollis; ma a differenza di molti gruppi dell’epoca che non si sottraevano alle interviste, al Glam e al gossip I Talk Talk sembrano fuori posto.
Le apparizioni nei canali mainstream ma soprattutto le interviste sono rare.
Lo dimostrano anche i video prodotti; quel forzato lip-sync che mi aveva incuriosito da bambino non era casuale; era già un modo ironico per esprimere un disagio ed un distaccamento dalle dinamiche commerciali dell’ambiente pop mainstream.
Nel secondo album “The colour of spring” incomincia un percorso di cambiamento nel sound della band; incominciano a sentirsi degli indizi di sperimentazione e contaminazione (in particolare Jazz).
E’ il terzo album che sublima questa trasformazione radicale.
Nel 1988 nasce “Spirit of Eden”.
L’intenzione rivoluzionaria di questo disco è paragonabile in tempi “recenti” a quella di “Ok Computer” dei Radiohead.
La differenza sta che il primo, nonostante il plauso della critica , fu un disastro commerciale mentre il secondo cambio’ le regole per sempre grazie al successo delle vendite.
Nonostante venga accolto bene e celebrato dalla critica si rivelerà un vero e proprio suicidio commerciale.
La band si allarga con altri 7 musicisti classici e jazz ed un coro mentre i testi si fanno molto personali e talvolta religiosi.
Solo 6 brani che spaziano fra post-punk, classica, jazz ed ambient.
Un drastico cambiamento per un gruppo che era sulla cresta dell’onda e secondo le intenzioni dell’etichetta discografica destinata a molto di più.
Un album troppo strano ed audace per l’ascoltatore medio.
Ad ogni modo sarà un punto di riferimento per il cambiamento musicale che da lì a poco maturerà: il post-rock.
Non è abbastanza.
Dopo un leggendario concerto a Montreux, vero canto del cigno dei Talk Talk ma soprattutto dopo aver pubblicato un album solista ancora più sperimentale (in cui anche il silenzio diventa uno strumento) Mark Hollis decide di ritirarsi a vita privata; senza auto celebrazione,in modo silenzioso e soprattutto non negoziabile.
“Scelgo la mia famiglia. Forse altri sono capaci di farlo, ma io non posso andare in tour ed essere un buon padre allo stesso tempo”.
Io credo che questo sia davvero un gesto che possa definire un artista ma soprattutto un uomo.
Un gesto che personalmente ha soppiantato tutte le sregolatezze per cui ammiravo in gioventù figure “maledette” come Kurt, Morrison, Pistols e compagnia bella.
Una scelta così spiazzante che credo abbia scandito il mio passaggio all’età adulta.
Concludo questo “articolo” con un’ invettiva che si trasforma in un invito:
Nel panorama musicale contemporaneo le figure come quella di Hollis sono schiacciate dalla marea di merda che ci viene propinata giornalmente.
5 autori per scrivere una canzone pop vendibile e visualizzabile sulle varie piattaforme sembrerebbe una cosa ridicola di per sé ma se poi ascolti il risultato capisci che stiamo grattando il fondo del barile.
E noi, me compreso, stiamo mangiando quella melma.
Ci siamo arresi.
Prendiamoci un’oretta di tempo.
Prendiamo un album della nostra giovinezza ,uno di quelli che ci ha stravolti, cambiati profondamente.
Riascoltiamolo cercando di sentire cosa ha significato.
Mandiamo un grosso vaffanculo alle attuali regole commerciali usa e getta.
Il mio invito è forse un po’ pretenzioso ma se doveste coglierlo non esitate a farmelo sapere.
Mi scalderebbe il cuore.
Il vostro Affezionatissimo
“..Idealmente ciò che sarebbe bello e’ che la musica possa esistere al di fuori di qualsiasi momento riconoscibile…”
Usciamo finalmente dalla maleodorante camera e ci dirigiamo verso il luogo dell’appuntamento concordato con Kurma e Blackie.
Si tratta di un cocktail bar molto sciccoso, all’interno di un ex casinò.
È la prima volta che entriamo in questo palazzo e rimango straniato alla scoperta dell’ ambiente interno.
Ogni piano presenta un’ ampia sala marmorea, grandi colonne con capitelli d’oro, effigi su lucidi pavimenti ed enormi lampadari di cristallo pendenti dal soffitto.
<< Ma dove cazzo siamo finiti…>>
Ci sorprendiamo del fatto che l’intera palazzina sia accessibile, senza nessun controllo; o forse siamo solo fortunati a non incrociare la Security.
Accuso uno svarione…colpa dell’alcol sicuramente ma anche dalla vertigine di trovarmi in uno scenario che cozza in maniera netta con il resto della cittadina che conosco.
È oltremodo un po’ inquietante e mi ricorda una versione più lussuosa dell’ Overlook Hotel di Shining.
Se in questo momento incontrassi qualcuno in queste stanze probabilmente chiederei ai miei compari rassicurazioni sulla sua esistenza…non vorrei fare la fine di Jack Torrance.
Imbocchiamo una porta a caso e magicamente ci ritroviamo nel cocktail bar.
Mi si inumidiscono gli occhi.
Un lungo ed elegante bancone con dietro un’ enorme parete adorniata dalle più prelibate leccornie che la distillazione in botte abbia mai creato.
Fremo e sbanfo di bramosia.
Non ci accorgiamo neanche di Kurma e Blackie, intenti a disquisire con due ragazze lituane in un angolo del banco.
Attiro l’attenzione del barman, un ragazzo elegante in camicia bianca, chiamandolo Lloyd.
Comprensibilmente non capisce l’ironia.
Ordino un Zacapa mentre gli altri scelgono varie miscele.
Beviamo in fretta; siamo carichi per seminare il dovuto caos nei disco bar del paese.
Blackie, Mappa e Kurma sembrano essere spariti.
Forse se li è presi l’ Overlook…
Decidiamo di temporeggiare con un giro di shottini indefiniti fino a quando fanno la loro ricomparsa sovraeccitati e ridacchianti.
Qualcosa è successo.
Nel trambusto della nostra uscita di scena dal locale percepisco solo le parole “genio” e “capolavoro”.
Boh, mi riservo di informarmi più tardi.
Siamo di nuovo in strada desiderosi di recarci al locale più frequentato di Bad: il Silver Bullet.
Abbiamo perso un po’ l’ orientamento e cominciamo a discutere animatamente se prendere un taxi per raggiungere la meta o camminare ulteriormente.
Siamo tutti convinti che il Bullet dev’ essere alquanto distante dalla nostra posizione attuale.
Optiamo per il taxi.
Saliamo sul mezzo e comunichiamo all’ impassibile conducente la destinazione.
Ci fissa prima sbalordito, poi divertito.
<< No problem! >> dice.
Ingrana velocemente la retromarcia e dopo una quindicina di metri inchioda.
Siamo davanti al Silver Bullet.
<< Macchecazz…>>
Tutto molto bello.
Ho sempre più male agli addominali dal ridere.
L’autista insiste per non volere niente; la situazione esilarante valeva lo sforzo ed il millilitro di benzina.
Il Bullet è già gremito.
È il locale più frequentato di Bad ,in particolare per la sua caratteristica conformazione.
Una pista da ballo non molto grande ma con al di sopra una balconata a circoscriverla, interrotta dalla postazione isolata e sopraelevata del DJ.
Una specie di altare o più propriamente un balcone papale.
Sarebbe tutto bellissimo se non fosse che la musica nei locali austriaci fa solitamente cagare.
A peggiorare il tutto il fatto che nella nostra truppa contiamo il Puta, uno dei migliori DJ del Triveneto per quanto riguarda la musica elettronica.
È oggettivamente blasfemia farti assaporare e gasare con l’ intro di “Genesis” dei Justice per poi subito mixarla con una stronzata di Avicii.
Verrebbe quasi da appendersi al DJ resident, tirarlo giù con la forza e metterci il nostro amico.
Tutto sommato stasera sembra andare meglio del previsto.
Siamo arrivati durante l’ esibizione di un sassofonista che performa sopra delle basi House.
Un bel mood.
Mr Pisc, il nostro tesoriere, si prodiga e recupera bottiglie di Smirnoff e Beefeater.
Cominciamo a trangugiare flussi importanti di sostanze alcoliche.
Approfitto dell’entusiasmo dei miei compari e sfodero il mio famigerato pennarello indelebile nero.
Solitamente i miei amici ne sarebbero terrorizzati ma siamo tutti in quello stato di ebbra gioia in cui ogni idea può sembrare divertente ed accettabile.
Il fatto che abbiamo una missione in questo paese straniero ed una spiccata attitudine provocatoria mi porta a non perdere tempo e tirare subito un carico da 90.
Prendo la nuca del Mappa e ci disegno sopra una svastica.
Un paio di ragazze accanto a noi non sembrano apprezzare ma la cosa non mi tange.
Io mi autoinfliggo un “Bad Ass Gastein” sull’ interno dell’avambraccio.
Al Buch coloro le unghie delle mani; sempre un classico.
Marin comincia ad intrattenere la fauna femminile locale raccontando barzellette non propriamente politically correct.
Rincorrendole quando necessario.
Blackie, sentendosi imbarazzato lui stesso per questo teatrino, cerca di fermarlo ma ormai il mio amico è praticamente al centro di un coito.
Deve concludere.
Con tono sbiascicante ma risoluto si rivolge a Blackie:
<< Blackie…dimmi una cosa…io ti ho mailimitato? >>
<< No amico…hai ragione. >>
Così Marin torna a rivolgersi alle malcapitate concludendo una strampalata freddura riguardante una ragazza senza gambe ed un ghiacciolo.
Non chiedetemi. Non voglio ricordare.
Decido di sfruttare la preziosissima sala fumatori.
Mi trovo completamente circondato da giovani austriachelli (Austriaci + gavanelli).
È tipico di questa popolazione il continuo sforzo di assomigliare stilisticamente a noi abitanti del Bel Paese.
Credo che questa ricerca sia fondamentalmente dettata da un fattore genetico.
Non bisogna dimenticare infatti che sono quasi tutti figli dei nostri bagnini dell’ Adriatico.
Ovviamente il risultato è sempre ed inesorabilmente catastrofico.
Pur avendo una buona scorta di paglie ne scrocco una ad un povero sfigato che sta infastidendo una ragazza, visibilmente stizzita; così…solo per il gusto di rompergli i coglioni e dare il tempo a lei di togliersi dall’ impaccio.
Tornato nella sala principale fatico ad individuare la truppa.
Trovo Puta che osserva basito una scenetta con protagonista il Rulo ed una ragazza minuta con dei bellissimi e languidi occhi azzurri.
Mi aggiungo al pubblico e cerco di ricostruire i fatti.
La ragazza è irrimediabilmente ubriaca; sembra abbia perso i suoi amici ma soprattutto continua a cercare di farsi baciare dal mio amico, socchiudendo gli occhi e offrendogli le labbra.
Con un magnifico colpo di scena il Rulo sentenzia:
<< I don’t want to kiss you. I want to lickyour eyes. >>
Non mi risulta che su Pornhub esista una categoria “Leccare gli occhi” però dal risultato credo dovrebbero inserirla.
La gavanella, spannata quanto il mio compare, accetta.
Puta ed io non possiamo credere a quello che stiamo assistendo: la Fraulein si predispone ed il Rulo cerca di tenerle la palpebra aperta mentre con la lingua cerca di leccarle l’ iride.
Purtroppo lo scarso equilibrio di lei non permette una posizione stabile.
Sembra più un balletto di coppia ma con un pizzico di torbido.
Vorrei smettere di guardare ma non riesco…è come guardare un cane con tre zampe.
Gli addominali mi fanno sempre più male.
Dopo numerosi tentativi desistono.
Viene infine recuperata dagli amici, caricata in spalla e portata via di peso.
Dopo numerosi beveraggi e colorate freschezze ci ricongiungiamo con il resto della compagnia e ci dirigiamo in un altro localino.
La coda all’entrata è un problema che non avevamo calcolato.
Mr Pisc si accorge subito del pericolo.
<< Oh cazzo…Rulo aspetta! >>
Ma Rulo è gia partito.
E’ in piena trans agonistica;sta gettando il cuore oltre l’ ostacolo. Salta tutta la fila urtando numerose persone in attesa.
Cerca arrogantemente di attraversare la folla come un coltello bollente che taglia il burro.
E noi dietro.
Lo perdiamo di vista per qualche secondo.
Nel frattempo mi accorgo che un tizio dai capelli corvini si è particolarmente infastidito e medita vendetta.
Sta inseguendo Rulo urlando:
<< EHI! MUCHACHO! >>
La situazione è critica ma mi ritrovo a ridere da solo come un deficiente.
…Muchacho…in Austria…
PERCHÉ?
Vedo comparire Rulo.
Sembra stia lievitando…
Ah no…
È stato sollevato da un buttafuori di colore alto 1 metro e 90 che nel buio della notte non avevo percepito.
Riesco ad infilarmi in mezzo al Rulo e al ragazzo vendicativo appena in tempo.
Spiego la situazione al tizio e lui sorprendentemente si dimostra comprensivo.
Nel frattempo sento distintamente dietro di me il Rulo che mi suggerisce:
<< Digli di andare a farselo mettere. >>
Prima di salutarlo non resisto alla tentazione e gli chiedo perché “Muchacho”…
Sembra colto di sorpresa; mi spiega che sua mamma è di origine argentina.
Ok…spiegazione deludente e fingerò di crederci.
Ci salutiamo.
Incredibilmente ci permettono di entrare nel bar ma non ci fermiamo a lungo.
L’esperienza ci insegna che tra qualche ora gli eccessi e la nostra incoscienza etilica ci chiederanno il conto.
Urge asciugare con dell’untissimo Junk Food.
Raggiungiamo il solito Kebabbaro fuori dall’ ostello.
Rompiamo il cazzo un po’ a tutti; passanti, clienti e ovviamente agli esercenti.
Avrebbero tutto il diritto di sputarci nel panino; se lo fanno non ce ne accorgiamo.
Rientriamo all’ ostello silenziosamente ed in maniera composta.
…Scherzo…
Siamo sporchi, puzzolenti, rumorosi e brutti.
Veramente brutti.
Le facce deformate dall’alcol.
Ci sistemiamo alla bene e meglio sui nostri letti a castello.
Nel giro di pochi secondi è tutto un russare del Mappa, apnee notturne del Buch e scoregge del Kurma (un vero Sensei).
Poi un rumore, come di rami spezzati.
Improvvisamente il caos.
Accendiamo la luce e la situazione è chiara sin da subito.
Uno dei letti superiori è crollato su quello sottostante; uno dei supporti ha inspiegabilmente ceduto.
Ridiamo come cretini.
…gli addominali…che male…
Poi facciamo la conta.
Manca qualcuno.
Manca Spruzzo.
Spruzzo è sepolto dalla carcassa del letto.
Non è ferito, non è infastidito, non è preoccupato.
È semplicemente lì.
Vuole solo dormire. Scommetto che se lo lasciassimo in quello stato ci riuscirebbe senza problemi.
Ha le spalle larghe Spruzzo.
Togliamo i resti del giaciglio; valuteremo i danni quando saremo un po’ più lucidi.
4 ore di sonno ed è già mattina.
Siamo delle larve ma urge sistemare la questione danni.
Buch recupera dalla macchina la sempre presente cassetta degli attrezzi e nel giro di pochi minuti riesce a dare una parvenza di normalità alla struttura del letto.
Si è superato anche stavolta.
Penso al poveretto che ci dormirà sopra prossimamente;e anche a quello che ci dormirà sotto.
Sistemiamo meglio che possiamo l’ alloggio, facciamo il checkout e fuggiamo.
Blackie sembra accusare il colpo.
Getta un fiotto acido nella neve, proprio davanti al bar dove solitamente facciamo colazione.
Emette strani grugniti ed implora di essere riportato a casa, al sicuro.
Siamo tutti d’accordo ma prima è necessaria una buona colazione e una valutazione complessiva della missione.
Un debriefing, sostanzialmente.
Siamo soddisfatti.
Abbiamo dato tutto.
Una rappresaglia degna, nel complesso.
Mi rimane una curiosità e la espongo alla tavola rotonda, in particolare al Mappa e Kurma.
Cosa è successo all’ ex casinò?
Mappa e Kurma sogghignano.
Mappa prende il telefono e mi mostra una foto scattata da Blackie, grande estimatore della simmetria e di Wes Anderson.
Il genio.
Il capolavoro.
La cigliegina sulla torta di questa rappresaglia punitiva in terra austriaca ma con il nostro distinguibilissimo ed inimitabile stile.
Alla prossima crucchi.
Note dell’ autore:
Avrei avuto a disposizione una mole enorme di immagini e video a testimonianza dei fatti avvenuti durante La rappresaglia di Bad Gastein; per questioni di privacy e legami di amicizia che voglio mantenere ho utilizzato solo il necessario.
Inizio a temere che Buch abbia anticipato i tempi e abbia svelato il contenuto della valigetta.
A quanto pare no.
Si traccia solo di un rasoio elettrico.
Dovrei essere sollevato ma quello strumento in mano al mio amico non presagisce nulla di buono.
“Chi è il primo?” chiede.
Spruzzo si siede sullo sgabello e Buch inizia subito la sua opera nella confusione e preoccupazione generale.
Sceglie un taglio alla Moicana, molto adatto al fisico da Rugbista di Spruzzo.
Ridiamo come pazzi.
“Chi è il prossimo?”
Mappa decide che è tempo di dare un ritocchino alla barba, ormai fuori controllo.
Il risultato finale è un esilarante baffo a manubrio in stile Biker.
Sembra un membro dei Sons of Anarchy.
Al Rulo va peggio. Molto peggio.
Un taglio da anziano, alla Sam di “Indovina chi?” (celebre gioco della nostra giovinezza).
Ridiamo così tanto che cominciano a farmi male gli addominali.
Pian piano recuperiamo un po’ di serietà (per quanto possibile) e ci dirigiamo verso il solito ristorante.
Prendiamo posto vicino ad una tavolata di pompieri austriaci fuori servizio, anche loro belli allegri.
Lo intuisco dal loro colore paonazzo.
Ordiniamo carne ai ferri, vini di spessore e una quantità smodata di vodke lisce.
Rendiamo la vita del povero cameriere un inferno tra schiamazzi e continue richieste.
Marin comincia a sbanfare, a mangiarsi le parole e ad arruffarsi i capelli; segno riconoscibile che sta accusando il colpo.
Se ne sono accorti anche i pompieri che cominciano velatamente a percularlo da lontano.
Mi sale la cagna.
Sono in quello stato di grazia in cui mi sento in grado di demolire chiunque con il solo potere della dialettica e della provocazione.
Una mera illusione, ovviamente.
Gli altri annusano il pericolo, paghiamo il più velocemente possibile e fuggiamo.
Nel cammino verso l’ ostello Marin sembra risvegliarsi dal torpore, forse grazie alle capacità miracolose dell’ aria di montagna.
In camera Mr Pisc sfodera dalla valigia una bottiglia di Miller e tutto il necessario per preparare delle prelibate freschezze.
Aggiungiamo del pepe come da manuale; dona carattere a questo particolare Gin.
L’ ignoranza regna sovrana ed è in questi momenti che Fatteo ed io diamo il nostro meglio.
La nostra non è una sfida ma solo una dimostrazione che possiamo alzare l’asticella di questa scorribanda austriaca; è un modo per mettere le cose in chiaro con gli altri, per fissare le aspettative, creare uno standard.
A tutti gli effetti è uno “Stunt alla Jackass”.
Tra lo sconcerto generale utilizziamo un nuovo metodo di miscelazione per cocktail, utilizzando degli strumenti che in genere vengono adoperati per altri usi.
Gli altri, inizialmente basiti ed in parte disgustati, accettano la sfida e partecipano al rituale.
(Non rivelerò in questo racconto quale fosse l’ingrediente speciale.
Sappiate solo che non si tratta di sostanze stupefacenti. Questo è doveroso dirlo. Per soddisfare la vostra curiosità contattatemi in privato e forse, ma solo forse, ve lo dirò.)
Decido che Fatteo si merita un premio quindi metto in coda uno dei suoi pezzi preferiti: “Out of the Races and Onto the Tracks” dei The Rapture.
Buch capisce che non ci sarà un altro momento più appropriato per mostrare il contenuto della valigetta misteriosa.
Lo svela.
Una macchinetta per tatuaggi.
Una macchinetta per tatuaggi cinese, per la precisione.
Qualche mese prima mi aveva confidato di averla acquistata su EBay ed io avevo preteso di essere la sua prima tela bianca.
Già…perché Buch non ha mai tatuato nessuno prima d’ora.
Gli metto a disposizione la caviglia.
Rimane da definire il soggetto.
“Cosa potresti essere in grado di fare?” gli chiedo.
“Mi sono allenato sulle arance…” risponde timidamente.
“Ok,ma cos’è che ti è riuscito meglio?”
“…mi vengono bene i ragnetti…”
…i ragnetti…
Ormai non posso più tirarmi indietro.
Mi sorprende però come si cala nel personaggio; è molto professionale.
Guanti,rasoio,disinfettante,ago nuovo.
Sono un po’ sollevato.
Buch ha un grande talento per aggiustare le cose; è molto pratico e con la mano ferma.
Quello che mi preoccupa è il lato artistico.
Totalmente assente tra le skills del mio amico.
Ci vuole un po’ di coraggio liquido quindi mi scolo al salto qualche dita di Gin liscio.
Poi Buch inizia.
Quindi la situazione è questa:
Mi sto facendo tatuare con una macchinetta cinese da un amico ubriaco e non del mestiere, in un ostello austriaco puzzolente, tra rutti e scoregge degli osservatori.
Non vedo cosa potrebbe andare storto…
…a parte forse il disegno stesso.
Nel frattempo Kurma e Blackie decidono di non assistere alla marchiatura e quindi ci diamo appuntamento a più tardi, in qualche locale della cittadina.
Buch impreca più volte, lamentandosi della troppa confusione attorno lui.
Si sente giustamente sotto pressione.
Mi accendo una paglia nonostante il divieto di fumo in camera (mi sento giustificato dalla tensione del momento).
Il neo tatuatore mi obbliga a spegnerla immediatamente; non vuole futili distrazioni.
Una volta un noto personaggio pordenonese, famoso per aver sperimentato su di se’ in tempi non sospetti le più pionieristiche tecniche di Tattoo e Piercing, mi disse:
“Se vuoi sperimentare stili e tecniche nuove devi necessariamente creare un mostro. Io sono quel mostro.”
Ok…non sono a quei livelli…però l’idea di dover essere costretto ad indossare calzettoni per il resto della vita non mi fa proprio impazzire.
La procedura non dura più di una ventina di minuti.
Controlliamo il risultato finale.
Non lo so se è a causa del mio tasso alcolico ma non lo trovo poi così male.
È simpatico ed ironico nel suo tratto stilizzato.
Sono soddisfatto e sono orgoglioso del mio amico.
Buch mi propone di aggiungere una piccola ragnatela.
Non esiste.
Troppo alto il rischio di cagare fuori dal vaso.
“A posto così, Buch. Grazie.”
( Ci tengo a dire che negli anni seguenti altri tre miei amici si sono fatti tatuare da Buch i suoi allegri ragnetti; saranno gli unici tatuaggi del mio amico nella sua breve ed improvvisata carriera. Ogni volta che ne parliamo però tengo sempre a precisare con fierezza che il vero “Buch original tattoo” è il mio.)
Siamo ancora belli euforici mentre “House of jealous lovers” risuona nella stanza.
Stanza che ormai assomiglia ad una rivisitazione alcolica dell’ appartamento di Swanney, pittoresco personaggio secondario dei romanzi di Irvine Welsh.
Prepariamo e ci scoliamo le ultime freschezze.
Dobbiamo affrontare ancora le strade e la notte di Bad Gastein; non vogliamo correre il rischio di accusare un calo di prestazioni proprio adesso.
Potrebbe significare uno scazzamento contagioso che ci priverebbe di completare l’obiettivo finale della missione.
La voce di Trent Reznor sussurra un mantra dalla cassa Bluetooth:
“…Nothing can stop me now…”.
Non so se siamo pronti per cominciare la nostra scorribanda per Bad Gastein.
L’ unica cosa certa è che Bad Gastein non è pronta per noi.
La tappa invernale in Austria è diventata ormai una consuetudine annuale.
No…non andiamo in cerca di piaceri carnali al Wellcum (famoso puttanaio austriaco).
La meta è sempre Bad Gastein, stazione sciistica nel Salisburghese.
E no…non andiamo neanche in cerca di meravigliose discese innevate.
La nostra è una rappresaglia.
Una notte di caos e totale ricerca del piacere; possibilmente rovinando la giornata agli autoctoni.
Ma con il nostro stile.
Assistiamo ormai da decenni all’ invasione austriaca a Lignano Sabbiadoro in concomitanza con la Pentecoste.
In parole povere uno Spring Break pseudo-ariano.
Orde di gavanelli austriaci che si spaccano abbestia, vomitandosi addosso, collassando per i corsi, talvolta azzuffandosi tra di loro.
Il culmine è la festa presso l’ufficio balneare Ausonia.
Ammetto che più di una volta ci siamo appostati con una cassa di birra ad assistere a questo party autodistruttivo, assaporandone il lato comico e prendendoci gioco della loro tamarraggine.
Il problema è quello che lasciano alle loro spalle: il degrado totale.
Alla fine quello che ci rimane è sempre e solamente un’ incontenibile bile di rabbia e la sete di vendetta.
La squadra di guastatori è composta dal Kurma, Buch, Spruzzo, il Rulo, Fatteo, Mr Pisc, Marin, Mappa, Puta, Blackie ed il Vostro Affezionatissimo.
Raggruppiamo il commando a Manzano, ci riforniamo di liquidi, organizziamo le carrozze e partiamo per la tappa obbligatoria a Malnitz; qui caricheremo i mezzi sul trenino che ci porterà vicino all’ avamposto austriaco.
Dietro le linee nemiche.
Il viaggio procede bene, scorrevole, come la birra nei nostri gargarozzi.
La valle assomiglia vagamente alla Contea degli Hobbit, verde ed assolata.
Arriviamo a Malnitz giusto al sopraggiungere del treno.
Carichiamo le auto sul mostro ferroso e ci accomodiamo in cabina viaggiatori.
Un po’ di musica a fare da colonna sonora ci sta tutta così sincronizziamo la cassa Bluetooth e pochi secondi dopo “Feel good hit of the summer” dei Queens of the stone age spazza via il silenzio.
Il viaggio non durerà più di 20 min, di cui circa 15 attraverso una galleria che attraversa il complesso montuoso.
Il percorso so che metterà ansia al nostro amico Blackie, particolarmente sensibile agli spazi chiusi e situazioni su cui non può avere il totale controllo.
Difatti comincia presto ad agitarsi.
Ho la medicina.
Sfilo dalla cintura una bottiglietta mignon di Jägermeister e gliela porgo, invitandolo a berla tutta d’un fiato.
È titubante ma esegue l’ordine.
È il suo primo giro in giostra a Bad e non conosce come noi la sorpresa che ci aspetta all’uscita della galleria.
Gli promettiamo che ne varrà la pena.
Ed infatti è così.
Neve dappertutto, una vista quasi accecante; in totale contrasto con il paesaggio precedente.
Quella sensazione di smarrimento, di avere accidentalmente imboccato un Wormhole spazio-temporale e di trovarsi dall’altra parte del mondo.
Arrivati al capolinea risaliamo sulle nostre carrozze e ci dirigiamo verso Bad.
Il programma prevede:
⁃ check-in all’ ostello
⁃ qualche ora alle terme per espellere le tossine e dilatare i pori
⁃ assumere nuove tossine
⁃ cena carnivora al solito ristorantino
⁃ cocktail party nell’ alloggio
⁃ vagabondaggio selvaggio tra i vari locali della cittadina.
Siamo belli carichi quando arriviamo al check-in.
Per raggiungere il nostro alloggio dobbiamo attraversare la sala “relax” ma l’impresa è ardua; ci troviamo di fronte ad una stanza gremita di studenti, molto probabilmente in gita scolastica o per meglio dire in settimana bianca.
Sono tutti intenti ad aggiornare i loro profili social, vestiti ancora di tutto punto con le loro sgargianti tute da sci.
No, non completamente.
Non hanno gli scarponi.
Ci investe l’odore.
Mio Dio…l’ odore…
Mi trovo in difficoltà a descriverlo; ancora adesso questo particolare ricorre spesso quando rivanghiamo tra di noi i ricordi di questo viaggio.
Forse l’odore più vicino alla putrefazione o ad un obitorio.
Sudore ed ormoni adolescenziali in una stanza senza finestre, senza corrente d’aria.
Mi incattivisce.
Con il senno di poi avrei voluto il lanciafiamme di McCluskey.
“Qualcuno qui ha ordinato crauti flambé?”
Siamo sempre più motivati a rendere questa notte indimenticabile.
Arriviamo alla stanza designata e in un batter d’occhio Buch, il primo ad entrare, si ritrova letteralmente con la porta in mano.
Probabilmente ha spinto troppo energicamente.
Poco male; la sistema come se fosse un separe’.
“Così almeno c’è un po’ di ricambio d’aria” dice.
Cerca di non farsi notare mentre appoggia a fianco del letto una valigetta sospetta.
Capisco al volo cos’è: una vecchia promessa.
Ne riparleremo in seguito.
Molliamo tutto e ci presentiamo belli gasati al centro benessere di Bad.
Ci comportiamo da buzzurri mentre prendiamo possesso degli armadietti e ci denudiamo.
Il resto della clientela sembra indispettita dal nostro chiasso, dalle ciabatte che vengono lanciate da un settore all’altro, dalle imprecazioni.
Non conoscono ancora la nostra arma letale: Marin ed il suo parlare a vanvera, a voce più che sostenuta.
Ci infiliamo nella prima sauna disponibile.
Al suo interno solo un uomo di mezza età.
Povero diavolo.
Marin inizia il suo show.
Parla, parla e poi parla ancora.
Sempre.
Ininterrottamente.
Il pover’uomo mostra segni di cedimento; si mette le mani sulla testa, prova a tapparsi le orecchie.
Dopo pochi minuti non lo reggo più neanche io.
Esco e mi stendo su un lettino nella zona comfort.
Ma niente…lo sproloquiare del mio amico riesce a giungere fino a lì.
Nel frattempo Kurma sperimenta la doccia fredda senza alcun fastidio, impassibile ed imperturbabile.
A Buch invece sembra creargli qualche problema perché una delle sue blasfemie rimbomba per tutta la sala.
Ed anche al piano inferiore.
Ce lo rivelano Mappa e Fatteo appena ci incrociamo.
Utilizziamo la bilancia a disposizione per provare ad indovinare il peso del pingue Buch.
In palio un flauto di luppolo ma nessuno indovina; decidiamo quindi di premiarci tutti.
Ci rilassiamo un po’ nella piscina tropicale che ha uno sbocco nella parte esterna.
La vista è eccezionale, sta nevicando.
Presi dall’ entusiasmo iniziamo una chiassosa battaglia a palle di neve che si trasforma presto in una serie di sgambetti e dispetti; strategie per far cadere i compagni di ventura sul gelido terreno innevato.
Chi ne fa le spese è il povero Puta, troppo delicato e incapace di produrre violenza.
Veniamo redarguiti da qualcuno ma facciamo finta di niente.
Seguono tuffi a bomba (vietatissimi) ed il conseguente secondo richiamo.
Entriamo a scaglioni nelle piscine più piccole che si trovano nella parte sopraelevata del centro benessere.
A marinare in una di queste c’è una coppia
più o meno nostra coetanea.
Stanno amoreggiando.
Sembrano amichevoli, forse un po’ brilli.
Fatteo e Buch ci deliziano con un paio di flatulenze a pelo d’acqua che scatenano l’ ilarità nella coppietta.
Escono solamente quando il piazzatissimo Spruzzo ingaggia un combattimento acquatico con Marin.
Si azzuffano selvaggiamente come verdesche.
Nel frattempo entro con Puta, Mappa, Rulo e Mr Pisc in una delle saune adiacenti.
Dalla foschia creata dal calore si palesano due splendide e biondissime ragazze, per nulla intimorite.
Cala il gelo.
Sbruffoni sì ma anche un po’ gentlemen (a modo nostro); consapevoli che un commento fuori posto possa deflagrare in un casino.
Ci pensa Puta ad alleggerire la tensione. Uomo pacato e “leggermente” germofobico, si gira verso di noi e sussurra:
“Sto appoggiando le mie palle dove le ha appoggiate uno sconosciuto. Capite che lo faccio solo per voi, vero?”
Apprezziamo tutti.
Entra Marin ed io esco.
Non voglio che le ragazze mi associno a lui e alle sue digressioni.
Mentre chiudo la porta della sauna sento solo la sua voce inconfondibile che incalza con un “AH, COMUNQUE…”
Per fortuna la stanza e’ meglio insonorizzata della precedente e mi risparmio il resto.
Ci rincontriamo tutti al bar del complesso.
Si susseguono una quantità smodata di flauti.
Franziskaner.
Mr Pisc sta cavalcando l’onda e offre un giro, un altro e poi un altro. Decidiamo così di fare una sostanziosa cassa comune per il dopo cena.
Sarà lui il tesoriere, come sempre.
Torniamo a recuperare i nostri averi negli spogliatoi.
Altra bagarre.
Mi rendo ridicolo ai tornelli di uscita non capendone bene il funzionamento; mi sento un po’ svarionato a causa dell’alcol e della stanchezza.
Il personale del centro sembra indispettito.
Appena esco mi colpisce una sferzata di aria gelida, veramente piacevole e rigenerante ora che tutti i pori sono ben dilatati.
Che goduria.
Siamo così ben carburati e rilassati che non fatichiamo nel nostro cammino verso l’alloggio nonostante le nostre scarpe affondino di numerosi centimetri nella neve fresca.
La consapevolezza di non essere neanche all’inizio di questa rappresaglia e che il meglio (o il peggio) debba ancora arrivare ci motiva.
Il messaggio che leggo sul mio Nokia 3310 è chiaro e categorico:
“ Piero, abbiamo passato Analisi 2. Gli altri sono già arrivati. Ti aspettiamo.”
Firmato Poldo.
Indosso le mie Converse rosse e mi incammino verso l’appartamento dei miei amici universitari in Via Valdirivo.
Ad aspettarmi trovo Johnny e Poldo, freschi di esame, raggianti e sovraeccitati.
Si sono tolti una grandissima rottura di coglioni; un successo ottenuto con grande sacrificio oltre che grazie a contestazioni sul voto, pressioni e forse minacce.
Ci sono anche delle guest star per la serata: Sbiego, Peggy e Zorro.
Mi annunciano che i restanti inquilini di Via Valdirivo, il Bretone ed il Pampa, ci raggiungeranno in seguito.
Il programma è succoso:
– Aperitivo lampo alla Preferita di Viale XX settembre.
– Partecipazione rapida alla festa di inaugurazione del nuovo appartamento di Bottondoro e delle sue Ancelle.
– Happy hour al Canadian Bar.
– Festa studentesca al Molo Audace.
– Varie ed eventuali.
C’è solo un tacito vincolo.
Un patto segreto che vige tra gli universitari:
Spendere meno possibile massimizzando il divertimento.
Valutiamo di avere tempo e denaro sufficiente per concederci un veloce beveraggio al Buffet Mase’, ristobar situato giusto sotto l’appartamento.
Si rivela una scelta azzeccata; si stanno esibendo le “Mitiche pirie”, band triestina sgangherata ma divertentissima.
Ci mette nel giusto mood.
Beviamo un paio di flauti ma abbiamo poco tempo e quindi li mandiamo giù velocemente, anche perché dobbiamo risolvere ancora un dettaglio: recuperare qualche briciola di fumo.
Il luogo perfetto dove farlo e’ “La Preferita”, il locale di Furio, personaggio leggendario triestino, un vero pioniere del Trangender.
Da buon oste ci chiede cosa vorremmo bere ma il nostro tempo è poco e sfuggevole, quindi gli chiediamo gentilmente solo un pacchetto di Marlboro “Special”.
Veniamo subito accontentati e non perdiamo tempo; ci rituffiamo in Viale XX Settembre molto più rilassati, ma solo dopo aver verificato la presenza dell’ agognata pepita all’interno del pacchetto.
Giunti da Bottondoro non posso non notare che gli ospiti sono principalmente matricole, solo pochi volti noti.
Mentre Poldo ed il resto della ciurma intrattengono la padrona di casa e le sue Ancelle, noto su una mensola un pennarello indelebile nero ed istintivamente me lo infilo in tasca.
Un gesto impulsivo, che ancora oggi non comprendo appieno.
Fatto sta che portarmi questo tipo di oggetto appresso, in occasione di feste o compleanni, è tutt’ora motivo di preoccupazione tra i miei amici.
Mi giustifico affermando che non si può arginare la necessità di espressione.
Mi reco ad esplorare il bagno ed è come se si presentasse davanti una tela bianca, un richiamo irresistibile.
Piastrelle intonse, linde,pure; abituato alla giungla di peluria dell’ appartamento di Via Valdirivo mi sento straniato.
Ed ispirato.
Scrivo con mano ferma e decisa un verso della mia band preferita:
ONORATE IL VILE
In quel periodo la mia religione erano i Marlene Kuntz ed in particolare il loro album più oscuro, “il vile”.
Un’ ossessione passatami già dai tempi del Liceo dal buon Narduz, che ancora oggi ringrazio.
Chi conosce o ascoltava i MK in quel periodo ruggente sa bene cosa significa essere un fan delle “fighe di Marlene”; conoscerne tutti i testi, interpretarli, cantarli, cercarne i significati nascosti, idolatrarli.
Testi edulcorati e poetici ma anche brutali, volgari ed ermetici.
Quando incontri un altro fan degli MK avviene quel fenomeno chiamato “reminiscenza”, come nel film “Highlander”.
Lo percepisci.
Ti scambi uno sguardo ed un sorriso malizioso che sembra dire “io so che tu sai”.
Ammiro la mia opera e sono molto soddisfatto; esco di soppiatto dalla scena del crimine, assicurandomi che non ci siano sguardi indiscreti.
Inaspettatamente mi trovo di fronte Fanny, una ragazza con cui mi sono frequentato un paio di anni prima.
Cogliamo l’ occasione per aggiornarci sulle rispettive esistenze, contenti di essere rimasti tutto sommato in buoni rapporti.
Considerando la sua passione post adolescenziale per la religione Wicca mi sento sollevato.
Il timore che avesse abbandonato la magia bianca per le arti oscure e mi avesse mandato una fattura o una maledizione mi aveva leggermente sfiorato.
Mentre ci salutiamo mi si avvicina Poldo che all’orecchio mi sussurra:
<< Bottondoro ha trovato una scritta nel bagno. Ne sai qualcosa?>>
<<No…cosa c’era scritto?>>
<<Onorate il vile.>>
<<Dev’essere opera di Dudy, l’ ho visto in salotto prima.>>
<<Vero. Tipico di Dudy.>>
Ci divincoliamo dall’ impaccio e affrontiamo il tragitto verso il Canadian Bar, verso le rive di Trieste.
L’ happy hour della serata è pericolosissimo: Corona e Tequila a soli 5 fottutissimi Euro.
Si palesano anche il Pampa ed il Bretone.
Mentre consumiamo il primo giro di shottini irrompe nella conversazione uno Zorro particolarmente trafelato e sbigottito.
<< Lo vedete quel tizio da solo al banco? Quello tirato a lucido ed inamidato? Ha sfoderato una mazzetta da pezzi da 100, tenuta assieme da un fermasoldi in oro! >>
E qui entra in scena il Bretone.
Un’ artista del depistaggio, della perculazione, dell’ imbonimento.
Lo vediamo avvicinarsi all’uomo solitario e rivolgergli la parola.
Dai suoi gesti e dall’ esperienza posso tranquillamente intuire la tecnica:
– chiedere un’ informazione casuale.
– interessarsi al lavoro del malcapitato.
– presentarsi.
– sorriso sfavillante ed atteggiamento di finta complicità.
– accondiscendenza su ogni argomento trattato della vittima (anche se filo-nazista); creare un legame.
– ordinare da bere facendosi ben sentire dal povero diavolo.
– l’uomo sfodera le banconote e si offre di pagare la consumazione.
– il Bretone confessa che doveva ordinare anche per gli amici.
Ed ecco che la magia si realizza.
Il Bretone si gira verso di noi e con grande compiacimento ci dice:
<< Ehi ragazzi, il prossimo giro è offerto dal mio nuovo amico. Riccardo! >>
Urla di approvazione e giubilo.
Veniamo a sapere che Riccardo è a Trieste per lavoro, tutto solo.
Che peccato…
Merita della compagnia.
In fondo non siamo quattro tossici di Edimburgo che derubano un povero Cristo in un bagno scozzese; anche noi abbiamo un cuore.
In un attimo siamo tutti amici di Ricky; pacche sulle spalle, disquisizioni su quanto sia difficile trovare amici oggigiorno, la crisi del settore immobiliare e così via.
Un altro giro…un altro…e un altro…sembra di stare in una bettola messicana durante lo Spring Break.
La situazione va fuori controllo.
Nel giro di un’ora e mezza Sbiego e Peggy sono sul marciapiede che gettano acido a turno.
A turno perché la sboccata di uno fa sboccare l’altro.
Meravigliosamente coordinati.
Zorro sbuffa e sbanfa, anche lui è al limite.
Il terzetto decide che è meglio che si dirigano alla maison.
Anche l’eroico Bretone ci lascia, non prima di avere salutato Riccardo ovviamente.
Rimaniamo in quattro: Poldo, Pampa, Johnny ed io.
Decidiamo che è l’ora giusta per sfumacchiare un panfero al Molo Audace.
C’è situazione.
C’è sempre situazione al Molo.
C’è anche un tizio con la chitarra, tale Wally.
Un ragazzo triestino, nessuno lo conosce.
Gli viene strappata la chitarra di mano da un altro festaiolo che comincia a suonare “Male di miele” degli Afterhours.
Aspetta…vuoi vedere che…
Reminiscenza.
Gli chiedo se conosce qualcosa dei MK.
Spunta quel sorriso. Quel dannato sorriso.
Vado in brodo di giuggiole.
<< Fai “Retrattile”!>>
<< Fai “Nuotando nell’aria!>>
<< Fai “Festa mesta”!>>
Le fa tutte mentre fumiamo e cantiamo.
Pian piano la gente comincia a sfollare; rimaniamo solo noi, seduti a rollare l’ultimo joint, e Wally che prova ad imitare il precedente menestrello esibendosi in una versione alquanto deludente di “No woman, no cry”.
Oltre a suonare male ha un terrificante accento triestino, ma è giovane e facciamo finta di niente dispensando complimenti.
Convinco il Pampa ad esibirsi nel suo pezzo forte: “La ballata del Cerrutti” di Giorgio Gaber.
La esegue come sempre con maestria, precisione e teatralità.
Wally è impressionato:
<< Ciò che bela sta canzon, mi la devo assolutamente imparar!>>
Il pensiero che possa un giorno cantarla con quell’ accento terrificante mi devasta.
E poi:
<< Muli mi andaró che doman de matina me toca andar a scola >>
Ciao, caro Bob Marley bianco e triestino.
L’ ematocrito è fuori scala ma non siamo ancora pienamente soddisfatti e decidiamo di spendere il tesoretto che abbiamo risparmiato grazie a Riccardo (sempre sia lodato).
Arriviamo al “Gat negher”.
Definirlo bar è un complimento:
è un antro stretto ed oscuro, ricettacolo di prostitute, portuali, spaccini, uomini con ancore tatuate sulle braccia irsute.
Prendiamo qualche flauto ed un giro di grappe per sgrassare, mentre giochiamo con un vecchio e storto calcetto.
Finiti i beveraggi ci immergiamo nuovamente nel piacevole silenzio notturno di Trieste, attraversando le piazze, i vicoli stretti e dannatamente impervi, rimbalzando sulle pareti dei palazzi asburgici.
Giungiamo infine sotto l’appartamento in Via Valdirivo.
Johnny ed io notiamo delle isole spartitraffico, quelle specie di bidoni ingombranti bianchi o rossi che vengono posti per delimitare una zona stradale.
In un gesto di impeto anarchico c’è lo carichiamo in spalla e lo trasciniamo per le scale, fino al secondo piano e lo depositiamo nel corridoio dell’appartamento.
Così…a sfregio.
Cerco un giaciglio per dormire in salotto ma la triade Sbiego, Peggy e Zorro si sono accaparrati furbescamente i posti migliori.
Mi siedo sull’unica poltrona rimasta ancora libera, la più scomoda di tutta Trieste.
Nella penombra, tra gli accendini, i posaceneri stracolmi ed i vuoti di bottiglia, noto una piccola macchiolina scura.
Un minuscolo pezzetto di fumo.
Mi giustifico che rollare e fumare l’ultimo stizzo è l’unico modo per riuscire ad addormentarmi in quel trespolo.
E così faccio.
Nota dell’autore:
-Furio ha cambiato sesso e nome. Ora è Valentina.
-Fanny non è mai passata al lato oscuro della stregoneria, a quanto mi risulta.
-La mia opera d’arte nel bagno di Bottondoro e delle sue Ancelle è stata cancellata facilmente.
-Di Wally si sono perse le tracce, ma posso dire con certezza che non ha sfondato in campo musicale.
-Riccardo rimane un nome che la ciurma ed io celebriamo volentieri ogni volta che abbiamo possibilità di ritrovarci. Spero stia bene.
-L’isola spartitraffico è rimasta nel corridoio dell’ appartamento di Via Valdirivo per i successivi due anni.
È decisamente troppo tempo che manco ad un Live. Sono al limite.
Sono così sovraeccitato di tornare sotto un palco che da una settimana fatico a prendere sonno.
Sono consapevole di crearmi troppe aspettative ma è un flusso di pensieri ed immagini che non riesco ad arrestare.
È un po’ come tornare ragazzini, all’ avvicinarsi della mega festa super figa di capodanno; poi alla fine ti trovi con i soliti amici stronzi, qualche cannetta e nessuna ragazza. Le solite seghe mentali.
Però stavolta l’occasione è ghiotta:
Motta al Capitol di Pordenone, di sabato sera, in piedi, con quasi nessuna restrizione anti-covid pronta a snaturare la magia di un tipico e sano Live.
L’ incontro con i miei amichetti danzanti dovrebbe essere al Buso, per il solito aperitivo, ma decido di concedermi un Martini Cocktail in solitaria al Puerto Rico.
Martini Cocktail rigorosamente con Tanqueray e non troppo secco.
Mentre osservo il fiume di gente che percorre Corso Vittorio Emanuele decido di sfruttare il momento per fare un ripasso in cuffia dei miei pezzi preferiti di Motta.
Giungo alla conclusione che ciò che mi ha conquistato di questo cantautore è la sua capacità di riuscire a comunicare con più generazioni; una sensibilità universale, fuori dal comune.
Arrivo alla versione Live di “Roma stasera” che sento già l’adrenalina pre-concerto salire. È forse il pezzo che stasera attendo con maggiore trepidazione.
Prossima meta: Buso.
Alla spicciolata arrivano Rita, Pablo, il Mignottone Pazzo e Lei.
Cominciamo a sbevucchiare, tutti tranne il Mignottone che è astemia.
Cosa che dopo anni di conoscenza ancora non mi spiego; non perché astemia ma per il fatto che sembra sempre ubriaca, uno spasso.
E quindi si parla di un po’ di tutto, ma principalmente di sconcezze, aspettative, desideri sessuali, cose irriportabili.
Arriva anche Mammachioccia, libera dagli impegni materni per questa sera, vogliosa come tutti noi di riassaporare l’atmosfera inimitabile del Capitol.
Tra un desiderio sessuale del Mignottone Pazzo, qualche ribolla a rimorchio e tante birrette, arriva l’ora di presentarsi all’evento.
Il Putano Hoffman ci aspetta per accoglierci all’ entrata; mi sembra piuttosto rilassato ma comunque concentrato affinché tutto vada bene.
Chissà quali sono i pensieri che gli frullano in testa, dopo 2 anni terribili per il settore e con la possibilità finalmente di ricominciare.
C’è gente. E già questo è un sollievo.
Troviamo il resto della ciurma, lo Zio Michele Misseri e il Rulo, impegnati a tracannare birrette con la mia amica DB.
La sua presenza mi spoilera chi Motta inviterà a partecipare sul palco per un’ improvvisazione. Ma ci arriveremo.
Il bancone è vuoto e ci gettiamo con arroganza.
Il Mignottone nel frattempo intrattiene lo Zio Michele ed il Rulo con una delle sue freddure: << Ma se Motta va al mare diventa Marmotta?>>
I due rimangono di sale mentre Mammachioccia e Lei scoppiano in una fragorosa risata.
Non si da per vinta e ripete la battuta a dei malcapitati sconosciuti.
In un attimo ed in puro stile Mignottone Pazzo vengono suggellate nuove amicizie.
Astemia, vi ricordo.
Altro giro al bancone.
Mi attraversa il dubbio che la capacità di giudizio sulla mia resistenza alcolica potrebbe essere già compromessa.
Faccio spallucce ed ignoro quel pensiero.
Stasera non voglio precludermi niente.
E qui devo fare la prima rivelazione post evento:
Ebbene sì.
La mia capacità di giudizio era così compromessa che parte di questo racconto è stato realizzato grazie ai ricordi degli altri partecipanti. Tutti si sono divertiti e quindi è stato un bel puzzle da ricomporre; alcuni eventi sono un po’ annebbiati ma le sensazioni ed emozioni sono bene impresse.
Arriva Francesco Motta sul palco e questi 2 anni di merda vanno a farsi fottere in un secondo.
Inizia con “Prenditi quello che vuoi” e “Del tempo che passa la felicità” per poi giustamente richiedere agli spettatori di lasciare i comodissimi divani in pelle del locale.
“Di gente seduta ne abbiamo vista fin troppa”, dice.
Il pubblico capisce e riempie completamente la pista.
Una mossa intelligente perché l’esibizione continua con “E poi finisco per amarti”, grande pezzo che aspettavo con trepidazione; soprattutto per un verso che personalmente mi libera di tutti gli strascichi di questi anni:
“E ci sentiamo sempre unici
Come miliardi di persone sole”
Non faccio in tempo a godere di questo momento che arriva “Quello che siamo diventati”; brano che a parer mio rappresenta alla perfezione la generazione dei trentenni, quarantenni ed oltre (come il vostro affezionatissimo).
Sono croccante e preso bene, quindi approfitto della pacatezza di “Semplice” per fare il pieno di Gin Tonic, di cui già sto perdendo il conto.
Motta non rinuncia al suo vecchio amore per la batteria e rende tutto più coinvolgente percuotendo due timpani, in piedi al centro del palco, agitando la sua fluente chioma.
Ne guadagna anche il sound, perfetto per brani come “Prima o poi ci passerà”, ma soprattutto in “Quello che non so di te” ; un brano chiaramente influenzato dai Cure e dai Joy Division ma smaccatamente Pop.
Confesso che l’adoro. Anche perché mi ritrovo nel testo in maniera prepotente.
Scatto di nascosto una foto a Lei, con l’intento poi di stamparla e regalargliela per il suo imminente compleanno.
Abbiamo parlato tanto di questo ritorno agli eventi dal vivo. Mi sembra una buona idea.
Improvvisamente si spengono le luci e parte l’allarme antincendio.
Non resisto e nel silenzio attonito mi scappa di urlare un “ vabbè dai, fai l’ultima!” che suscita le risate sotto il palco.
Il buon Francesco, con grandissima naturalezza, imbraccia la chitarra acustica e parte con una versione unplugged di “Sei bella davvero”, sostenuta dalle voci di tutti i presenti.
Non ci ha fermato la pandemia, cosa vuoi che sia un guasto tecnico.
Viene ripristinata la normalità (scoprirò in seguito che Putano, con grande devozione, è rimasto incollato alla centralina antincendio).
L’ esibizione si dilata con “Via della luce”, “Abbiamo vinto un’ altra guerra” , “Chissà dove sarai” e con “Fango”, pezzo della sua vecchia band, i Criminal Jokers.
Continua a dilatarsi inesorabilmente anche il mio tasso alcolemico ma non gli do peso.
Sto bene, va benissimo così.
Durante “La nostra ultima canzone”, brano che dal testo dovrebbe fare riaffiorare perlomeno un po’ di Amarcord, mi accorgo di canticchiarla con leggerezza, senza quel carico emotivo che mi ha sempre procurato. Ed è veramente una liberazione, che porta a nuove consapevolezze.
Viene svelato l’ ospite della serata che non poteva essere altro che Gian Maria Accusani.
Ci regalano “Meno male che ci sei tu” dei Sick Tamburo.
Segue una breve pausa che guarda caso mi spinge verso il bancone. Di nuovo.
Motta e la band rientrano e fanno un bel filotto reale suonando “La fine dei vent’anni”, “Se continuano a correre”, “Ed è quasi come essere felice”.
Poi arriva il momento di “Roma stasera”. La canto e la ballo tutta.
Scoprirò in seguito che il Mignottone mi ha fatto un video a tradimento.
Video che mi ha messo di fronte al mio stato di ebbrezza, con grande vergogna.
Una Peffomanz quantomeno imbarazzante.
L’ho costretta a distruggerlo, ovviamente.
La degna conclusione di questo concerto è l’ intensa “Quando guardiamo una rosa”.
Si accendono le luci.
Tutto finito? Col cazzo.
La cumpa vuole e pretende di più.
Mi arriva una soffiata dalla DB: Motta, Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti e Gian Maria andranno all’ Astro Club per il party elettronico Modular.
Non ci facciamo pregare e ci lanciamo fuori a recuperare le carrozze.
Incomincio a camminare assieme al Mignottone e a Lei ma mi accorgo immediatamente che qualcosa non va.
Le cose sono due: o Corso Mazzini è diventato un enorme pista Tagada’ oppure fatico seriamente a deambulare in linea retta.
Si aggiunge il fatto che sbiascico frasi disarticolate.
Non va bene, non va bene per niente.
Non è una situazione usuale per me ma soprattutto non posso permettermi di essere in queste condizioni per un motivo più importante.
E qui arriviamo alla seconda rivelazione:
È da qualche tempo che nutro e dimostro interesse per Lei.
Lo sa benissimo e ne parliamo con molta onestà, ironia e un pizzico di malizia anche se nulla è accaduto; nonostante siamo amici è diventato un “gioco” divertente ed inaspettato, un cortocircuito affascinante provocato dallo scontro delle nostre rispettive aspettative.
Il leit motiv è “Vediamo che succede”; seguire il flow, insomma.
Per questo motivo non posso permettermi di rimanere in queste condizioni precarie di ebbrezza esagerata.
L’ alcol, si sa, è un ottimo unguento sociale ma può diventare scivoloso come una buccia di banana.
Ed io in questo momento sono il clown che sta per pestarla.
Riesco a recuperare una Red Bull e la bevo tutta d’un fiato.
Nel giro di poco tempo riacquisto concentrazione e prontezza di riflessi.
Torno umano; dismetto le scarpe ed il naso da pagliaccio.
Mi sento rigenerato.
All’ entrata dell’ Astro ci ritroviamo.
Mi viene raccontato che il Mignottone e lo Zio Michele hanno dato spettacolo canoro in macchina cantando a squarciagola i Fast Animals and the slow kids.
Mi accorgo anche che il Mignottone potrebbe avere delle mire nei confronti del Rulo, anche lui bello croccante. Ormai conosco bene le tecniche di assalto della mia amica. Oltretutto il Rulo sembra recettivo.
Potrebbe fornirmi involontariamente un assist.
Infatti, offuscato dalla mia precedente situazione psicofisica, non mi ero ancora accorto che anche Lei ha l’ ematocrito sensibilmente alterato.
Vediamo che succede, penso.
Entriamo e mi scappa già da ridere: di fronte al bagno individuo un avvilito Davide Toffolo e mi viene subito confermato che Motta e Gian Maria gli hanno tirato un bidone colossale.
Poco male.
Mi trattengo dal dargli una pacca di conforto sulla spalla.
Ci facciamo spazio tra la folla e ci fiondiamo al bar per i dovuti rabbocchi di Gin Tonic.
Della musica e del celebre DJ che presenzia stasera non ho nessun interesse.
Noto inoltre che le mosse di seduzione del Mignottone nei confronti di Rulo si sono fatte più aggressive.
Lo nota anche Lei quindi ne approfittiamo per uscire e fare il pieno di nicotina.
Fumiamo e parliamo, parliamo e fumiamo.
Sono rare le occasioni che ho per stare da solo con lei ed è tremendamente vicina.
Questa è la parte classica del film/commedia in cui lo sfigato nerd protagonista dovrebbe fare la sua mossa.
Da Clown a nerd, la trasformazione è completa.
La sensazione di essere sul filo del rasoio, quella sana paura di fare il passo più lungo della gamba e compromettere un rapporto così particolare, ci fa tornare ragazzini anche se siamo adulti già da un po’.
Ci scherziamo su e ne ridiamo.
Mi accorgo che in parte a noi c’è un nostro conoscente e questo frena il mio slancio.
Così continuamo la serata e rimaniamo sorpresi e delusi dal fatto che tra il Mignottone ed il Rulo non si è concretizzato.
Potrebbe essere involontariamente a causa dello Zio Michele, rimasto spettatore inconsapevole; il terzo incomodo.
Ci saranno altre occasioni.
La serata scivola via tra risate e altri drinketti, si fa una certa, ci salutiamo e ognuno va a casa sua.
Torno a casa e compio l’ atto finale dello sfigato mandando un messaggio a Lei, per giustificare le mie azioni e non azioni.
Ci ridiamo ancora su.
Epilogo:
Mi sveglio alla mattina con un tuono assordante nel cervello.
E’ una condizione sopportabile però paragonata ai 2 anni di nulla che abbiamo passato.
Forse non è tutto finito ma ricominciare a vedere le luci è stato elettrizzante e già comincio a spulciare i prossimi eventi.
Cerco di recuperare parti di memoria.
Prendo il Cell e scopro che la foto fatta a Lei è inservibile; il mio dito copre l’obiettivo.
Non benissimo, iniziamo male.
Scrivo qualche altro messaggio per diradare un po’ la nebbia.
Poco dopo mi arriva un messaggio da Lei in cui mi confessa che le ho chiesto di uscire. Altre risate.
Il mio primo approccio con il curling risale ad una quindicina di anni fa.
Io e alcuni miei compari rimanemmo affascinati e divertiti nel vedere questa disciplina poco conosciuta e quando si presentò l’occasione dei campionati europei a Claut, paesino di montagna della Val Cellina in provincia di Pordenone, non ci lasciammo perdere l’occasione di vedere la finale Italia-Scozia.
O meglio…la perdemmo.
Perché poco dopo aver preso posto sugli spalti del palaghiaccio ci accorgemmo che la finale si era svolta il giorno prima e di conseguenza dovemmo assistere solamente alla premiazione (in puro stile “Giochi senza frontiere” con una spruzzata di “Ok, il prezzo è giusto).
Per la cronaca l’ Italia arrivò seconda.
Ci rimase quel fastidioso prurito di aver perso un’occasione più unica che rara.
Anni dopo il mio affezionatissimo amico d’infanzia Kurma, personaggio appassionato di ogni genere di sport, a volte a livello maniacale, ci propose di ritornare nella località montanara per passare un pomeriggio per imparare e praticare quello che viene definito anche “scacchi sul ghiaccio”.
La gita fuori porta fu così interessante e divertente che divenne una attesissima tradizione annuale.
Oltre a questo ammetto che recarmi nella pittoresca località di Claut mi solletica sempre in modo particolare.
È il paese di origine di mio padre e lì il cognome della mia famiglia è onnipresente, per certi versi un’ istituzione; una famiglia di pionieri delle vie di comunicazioni che ha dato molto alla valle.
Per quanto io non conosca praticamente una parola di dialetto clautano e non sia stato un assiduo frequentatore, questo piccolo mondo antico mi provoca sempre una sensazione di appartenenza e di ritorno alle origini.
Febbraio 2018
Siamo un buon numero di giocatori.
Abbiamo il Kurma, la Ransie, la Kat, Mr Bison, il Razza, la Sylpex, Mizio e Dexter.
Arriviamo nella piazza del paese per la tradizionale sosta alla gelateria da Cris, fulcro sociale della comunità clautana.
Poco gelato e molta grappa.
Decidiamo per una verticale di variegati gusti; non vogliamo farci mancare niente.
Mentre penso alla mia strategia per trovarmi in squadra con il Kurma e la Ransie, campioni uscenti dell’anno precedente, la Sylpex semina il panico generale con una semplice domanda:
<< Qualcuno si è ricordato di comprare la cassa di luppolo? >>
Per fortuna ci viene in soccorso la titolare della gelateria che ci procura una cospicua fornitura di Moretti belle fresche.
Devo confessare che la vera motivazione di questa sosta non è solo una scusa per alzare il tasso alcolemico.
L’esperienza mi ha insegnato che nelle località di montagna, in particolare nella Val Cellina, se sei un forestiero è NECESSARIO annuciarsi.
Alcuni abitanti del luogo tendono a essere spesso diffidenti e a guardarti in maniera sospettosa, soprattutto se sei piombato nella loro routine con la delicatezza di un elefante in una cristalleria.
Per alcuni abitanti del luogo intendo i professionisti del bancone; quelli che da qualche minuto ci stanno fissando in maniera torva sorseggiando i loro bianchetti.
Come mi aspettavo un autoctono di grigio vestito mi si avvicina lentamente e mi sussurra:
<< Ce faseo qui…cui sieo…de cui suosto?>> (Cosa fate qui…chi siete…di chi siete figli?)
Sfoggio l’ unica frase in clautano che conosco e che ho imparato a pronunciare meccanicamente:
<< E suoi al canai de Tunin dela Mora…de Quinto dele coriere. >> ( Io sono il figlio di Antonio della Mora…e di Quinto delle corriere.)
Il Grigio continua a fissarmi diffidente ma grazie al cielo mi viene in soccorso di nuovo la proprietaria:
<< Lascia stare i ragazzi! Vengono qua ogni anno per il curling. Lui è il nipote di Maria. Bevi un altro bianco e stai buono.>>
<< ...AAA…IOI ADES AI CAPÍ DE CUI CHE TESUO! >> ( Adesso ho capito di chi sei figlio! )
Scampato pericolo.
Arriviamo al palaghiaccio.
Troviamo ad attenderci Fausto, il nostro maestro Miyagi del Curling.
Scambiamo i convenevoli e proviamo ad offrirgli una birretta, ma mostrando disciplina invidiabile declina l’offerta.
Sorprendo tutti sfoggiando il mio pittoresco outfit:
⁃ baschetto del nonno
⁃ maglione intrecciato in lana
⁃ pantaloni neri in Pile
⁃ calzettoni d’altri tempi tirati fino al ginocchio
Tutto per entrare meglio nel mood e più in sintonia con le mie origini montanare.
Facciamo un po’ di riscaldamento per riprendere dimestichezza e il buon Fausto ci impartisce qualche suggerimento utile per migliorare la posizione di lancio.
<< GIÙ IL CULO! >>
Mente apro un’ altra pallottola di Moretti scopro di non essere in squadra con il Kurma e la Ransie.
Dannazione.
Ora, potrei fare il figo e decantare quanto siamo bravi ma la verità è che la maggior parte di noi è goffa e qualche bestemmione , degno di Amos Mosaner, risuona tonante per tutto il palaghiaccio.
Io non perdo l’occasione di perculare il buon Dexter dopo un rischiosissimo tonfo coccigeo.
Nonostante tutto ci impegniamo e ogni lancio e’ vissuto con grande concentrazione.
Incomincia la staffetta in bagno.
Freddo e birra stimolano le vesciche.
Mr Bison si professa campione delle sbocciate, ma sono più le Stones che finiscono sul fondo che quelle a segno.
Mizio invece si dedica con passione all’ arte dello swiping.
La Sylpex d’altro canto è una giocatrice degna così cerco di stimolare la sua competitività per risollevare le sorti della partita che sta inesorabilmente per riconfermare vincitori i campioni uscenti.
Non sarà sufficiente, ahimè.
Arriviamo al sesto End e un po’ la buttiamo in vacca perché già stiamo pensando alla prossima destinazione: la mitica Osteria Cellina.
Salutiamo Fausto e ci diamo appuntamento all’anno seguente.
Facciamo la nostra rumorosa entrata in Osteria e subito ci viene incontro il Borsatti, l’ oste, meravigliato dal numero degli avventori e probabilmente anche dalle presenze femminili.
Una rarità in questo angolo di mondo.
Lancio un’ occhiata al bancone e manco a dirlo ci sono gli stessi professionisti presenti al giro di grappe in gelateria.
Faccio due conti e capisco che sono più o meno quattro ore che questi fenomeni stanno calibrando il loro ematocrito.
Il Grigio mi fa un cenno con la testa.
Ottimo, non incorreremo in problemi.
Da quel momento è un turbine di cicchetti, salame, speck e formaggi tipici.
Sfruttiamo l’ esperienza enologa del Kurma e ordiniamo “qualche” bottiglia di spessore che il Borsa ci serve con entusiasmo; non credo sia abituato a ricevere dei clienti così generosi e appassionati del buon vino.
Il magnifico Oste si prende benissimo e ci propone di richiedergli delle canzoni a richiesta, in quanto dotato di linea Wi-Fi, computer e casse dignitose.
Al primo giro le richieste sono internazionali:
Dexter sceglie “Ice Ice baby” di Vanilla Ice, per rimanere nel mood termico.
Mr Bison decide per “All the things she said” delle t.A.T.U. , per rimanere nel mood ignorante.
Segue la selezione italiana:
Mizio come al solito premia i Subsonica mentre io rispolvero gli Amari con “Le gite fuori porta”.
Kat invece ci sorprende meritandosi anche un plauso richiedendo gli Stadio con “Grande figlio di puttana”, che fa sempre un bell’ effetto.
Esco fuori a fumare una pagliuzza con la Sylpex, Ransie ed il Razza.
Freschetto ma vivibile.
Si apre la porta ed esce un autoctono.
Non il mio Grigio ma un personaggio del tutto nuovo, barcollante e con un ghigno sbilenco che non promette nulla di buono.
Sento già la tensione montare.
L’ uomo prova ad imbastire una conversazione ma a causa del dialetto e dello sbiascicamento è del tutto incomprensibile.
Quello che traspare è l’ intenzione minacciosa.
Provo a spiegargli che mi è difficile capirlo e nel dubbio gli sfodero la filastrocca sulle mie origini clautane ma non sembra recettivo.
Razza e’ visibilmente contrariato e incomincia ad essere insofferente.
Lo conosco e so già che il rispetto e l’ educazione presto sfoceranno in una deriva totale di improperi al fulmicotone.
Sono quasi rassegnato e preparato al peggio quando all’ improvviso dall’ uscio fa capolinea il Grigio.
Sussurra all’ orecchio dell’ avvinazzato qualche parola che non riesco a cogliere.
Il personaggio molesto si allontana a zig-zag verso la piazza, incespicando; più e più volte.
Il Grigio si volta verso di noi, ci fa un cenno col capo e rientra nel locale.
Mi fa venire in mente il vecchio Clint in “Gran Torino”.
Che carisma…
Finiamo i beveraggi e chiediamo la cuenta al Borsa.
Si avvicina in punta di piedi con lo scontrino, ossequioso ed evidentemente imbarazzato.
La mano tremante e il ghigno di chi tenta di fare il veneziano.. ma col senso di colpa del buon cristiano. (Cit. Kurma)
A quanto pare abbiamo battuto il record dell’ Osteria Cellina e non sembra abituato a presentare cifre di questa entità.
A noi sembra un prezzo giusto e appagante quindi lo rassicuriamo.
Riprendiamo le carrozze e ci avviamo verso casa.
Note dell’ autore:
Pochi giorni fa la Nazionale di Curling ha raggiunto un traguardo storico vincendo la medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali di Pechino con un percorso netto.
I volti di Amos Mosaner e di Stefania Costantini imperversano giustamente nei notiziari e nelle trasmissioni televisive dando molta visibilità a questo sport che conta poco più di 400 tesserati in tutta Italia.
Le richieste per provare questa disciplina al palaghiaccio di Claut sono aumentate a dismisura.
Tutto questo per darvi una raccomandazione:
Prima di tutto ANNUNCIATEVI!
Fate pure il mio nome se può servire o comprate un vocabolario di clautano.
Alla fine torno sempre e inesorabilmente su questa spiaggia.
Tra l’altro in questa giornata di primavera inoltrata è sorprendentemente deserta, incontaminata.
Il mare è agitato nonostante ci sia solo una leggera brezza ed il cielo è contaminato da numerose nuvole biancastre.
Non che la cosa mi infastidisca, anzi; già pregusto il crescendo della mia consueta nostalgia in cui amo crogiolarmi in questi momenti di solitudine ed introspezione.
Ho la sensazione però che questa volta ci sia qualcosa di diverso.
Solitamente mi abbandono alla marea di ricordi che questo posto mi fa riaffiorare ma oggi mi sento più…a fuoco.
Più centrato nel momento.
Mi sembra tutto “definito”.
Una sensazione simile a un déjà-vu.
Appena volgo nuovamente il mio sguardo verso il mare lo vedo placarsi sotto ai miei occhi e divenire un enorme ed immobile tavola blu.
Il cielo invece e’ improvvisamente sgombro da nuvole, inviolabile.
Manca qualcosa…
Il sole.
Dove e’ il sole?
Eppure è una giornata splendente deve esserci per forza.
E poi…che ore sono?
Guardandomi attorno mi accorgo di non essere solo.
Una ragazza.
Raggiante, con dei lunghi capelli castani chiari, grandi occhi verdi e un sorriso malizioso che spunta da sotto una buffa sciarpa di lana rossa.
Sono costretto a strizzare leggermente gli occhi e a concentrarmi per focalizzarla meglio; è come se la sua pelle chiarissima rifletta tutta la luce.
<< Eccoti qui! >> mi dice.
<< Scusa…ci conosciamo?>>
<< Tranquillo, non essere imbarazzato!>>
<< Ci siamo già incontrati in passato ma tu non puoi avermi mai notata, me ne stavo sempre in disparte. >>
Eppure ha un qualcosa di familiare…
<< Capisco…io sono…>>
<< So chi sei, ovviamente! Stavo proprio aspettando te. Devo accompagnarti alla festa. >>
<<La festa?>>
<< Certo! La festa al di là di quella duna laggiù! Ci sono tutti, manchi solo te! >>
Volgo lo sguardo nella zona indicatami dalla mia misteriosa accompagnatrice, verso l’orizzonte, dove la lingua di spiaggia sembra avere fine.
Che strano…c’è veramente una duna, particolarmente alta tra l’altro…non l’avevo mai notata prima…forse è una trovata per l’ occasione dell’evento. Tanto di cappello all’organizzatore, penso tra me e me.
<< Incamminiamoci, così facciamo due chiacchiere. Ti va? >> chiede cingendomi il braccio con il suo.
<< Ok! Anche perché avrei qualche domanda da farti, se me lo permetti. >>
<< Ne ero sicura! Puoi chiedermi quello che vuoi, sono qui anche per questo. >>
<< Innanzitutto come ti chiami? >>
<< Puoi chiamarmi Thea, anche se in verità è solo un soprannome che mi piace usare per questo lavoro.È una specie dinome d’arte…>>
<< Thea…molto particolare! Mi piace! >>
Mi fissa divertita; per un attimo la sciarpa rossa le ricade dal viso ma prontamente la riposa dietro la spalla con un gesto rapido ma elegante.
<< Questo evento…ha un nome? >>
<< Si chiama Endless Summer! Come la canzone dei…>>
<< Come la canzone dei The Jezabels!!! >>
<<È un pezzo poco conosciuto! Il promotore della festa ne sa di musica e ha buon gusto a quanto pare! Promette bene! >>
<< Esatto! >>
<< È proprio vero! …la musica è molto importante per te, vero? >>
<< Assolutamente! Ha accompagnato tutti i miei momenti degni di nota, felici e a volte orribili. Non esagero se dico che probabilmente mi ha salvato la vita in qualche occasione. >>
<< Sai, ti credo. >>
Siamo ormai ai piedi della duna e un po’ mi dispiace; avrei voluto chiacchierare ancora un po’ da solo con Thea.
Il tempo sembra essere volato…
<< Chissà se c’è qualcuno che conosco alla festa…>>
<< Ma certo! Mi sono dimenticato di dirtelo! Che sbadata…>>
<< Ci sono tantissime persone che conosci, alcune non le vedi sicuramente da tanto tempo!…un po’ ti invidio…>>
<< Ma tu non vieni? >>
<< Devo continuare con il mio lavoro, ci sono altri invitati che devo accompagnare. >>
<< È questo il mio compito. >>
<< Mi spiace. >>
<< Non è così male, mi piace camminare sulla spiaggia. E poi qualcuno deve farlo, è necessario affinché la festa possa iniziare. È una grande responsabilità. >>
<< Ti rende speciale. Necessaria ed unica. Ti capisco. >>
<< Grazie, è bello sentirtelo dire. >>
<<Meglio che vada, non vorrei che iniziassero senza di me. >>
<< Ciao Thea.>>
<< Ciao! Goditi la festa! >>
<< Lo farò! >>
La vedo girarsi ed incamminarsi lentamente verso il nostro punto di partenza guardandosi i piedi scalzi affondare nella sabbia.
La mia attenzione però viene attirata dal brusio che proviene dalla festa, al di là della duna.
Sembrano più dei bisbigli incomprensibili; innumerevoli voci diverse tanto che non riesco ad isolarne una in particolare. Ci dev’essere davvero molta gente…
Comincio la scalata e con enorme sorpresa è molto meno faticosa di quanto avevo immaginato.
Le mie Converse nere non affondano nella sabbia e riesco a camminare abbastanza spedito.
A metà strada mi volto indietro un’ ultima volta convinto di vedere Thea di spalle con la sua sciarpa rossa ma è già sparita all’ orizzonte.
In qualche modo sono consapevole che non ci rincontreremo più ma stranamente questo non mi rattrista; sono troppo curioso di vedere chi e cosa mi attende oltre la cima.
È proprio a pochi passi che sento giungere l’ inizio inconfondibile di una canzone che conosco bene, la mia preferita in assoluto:
OUTRO degli M83.
È strano…
Una scelta bizzarra per iniziare una festa.
L’ ho sempre interpretata come una canzone perfetta per una chiusura.
La chiusura di un concerto, di un film o di un Dj Set.
Eppure la trovo… perfetta.
È così che dev’essere.
Compio gli ultimi passi e dalla cima guardo finalmente in basso.
Gli occhi mi si riempiono di lacrime in un’ istante, nel cuore irrompe un’ emozione che credevo perduta.
A malapena mi accorgo della presenza di una figura indefinita al mio fianco.
Cado in ginocchio, stravolto dalla sovraeccitazione di tutti i miei sensi.
E quando sento una mano toccarmi la spalla trovo chissà dove la forza di ridere e mettermi a correre.
“I’m the king of my own land Facing tempests of dust, I’ll fight until the end Creatures of my dreams, raise up and dance with me Now and forever I’m your king”
E così risaliamo il sentiero e ci dirigiamo verso i mezzi.
Sono ancora infreddolito e provato così cedo le chiavi della AX rossa a Rosco.
Nell’ altro veicolo ci sono Memphis e Sbunny.
Collasso steso sul sedile posteriore coprendomi con un paio di asciugamani da spiaggia.
Accanto a me c’è Clizia che amorevolmente cerca di tranquillizzarmi.
Mi risveglio che siamo a Lignano e scopro che alla fine anche Vidocq ci ha raggiunto.
Non sa ancora quanto mi stava per costare la sua presenza.
La sua attenzione si concentra subito su Clizia, suo vecchio pallino.
Sarà una notte complicata per la nostra amica…sempre dolce, allegra e un po’ naive.
Quando Vidocq punta il bersaglio è peggio di un mandrillo; compiace e seduce la preda fino allo sfinimento.
Recuperiamo un po’ di C2H5OH nella leggendaria bottigliera di Lignano Pineta e ci dirigiamo in spiaggia, zona “La sacca”.
È una zona isolata (molto diversa da come è oggi); speriamo non ci siano controlli dei custodi e rotture di palle varie.
Ci appropriamo di qualche lettino e incominciamo ad idratarci di luppolo.
Cazzeggiamo un po’ prendendo in prestito palette e secchielli lasciati dai proprietari dell’ ombrellone che occupiamo abusivamente; ci perdiamo in qualche discorso con implicazioni pseudo-filosofiche degne della nostra età e del nostro tasso alcolemico.
Cose tipo:
⁃ “Ma se si potesse resuscitare un musicista deceduto chi sceglieresti?”
⁃ “Kurt, ovviamente.”
⁃ “Uno spreco. Si sparerebbe di nuovo dopo pochi secondi.”
– “Si…è una teoria interessante.”
Le divagazioni vengono interrotte solo da Sbunny che erutta e spruzza un getto acido poco distante da noi.
Quasi un atto dovuto per lui; significa che si sta divertendo.
L’ intimità viene rovinata a tratti dai tentativi di seduzione di Vidocq con Clizia.
Tra una birra e l’ altra, tra una Diana blu e altre 40,000, comincia a schiarire.
È un momento perfetto. Ineluttabile ed inviolabile.
Il tepore di un nuovo giorno che avanza; il mare, calmo ed indifferente.
Il bagno nudi è d’ obbligo; solo Rosco e Sbunny hanno pensato bene di portare il costume.
Non c’ è imbarazzo; è annientato dalla purezza del rituale.
L’ acqua è sorprendentemente calda e chiara ma tra poche ore, all’arrivo dei bagnanti paganti, tornerà torbida e sabbiosa.
Facciamo qualche bracciata ma ci manteniamo vicino alla riva.
Non sia mai che rischiamo un’ altra tragedia.
Mi isolo un po’ dagli altri per assaporare l’ alba; i loro schiamazzi risultano ovattati immergendo parzialmente la testa in acqua.
Che luce,che tepore…
Degli spruzzi mi colpiscono in volto.
Ingaggio una battaglia d’ acqua con Clizia che da provetta escapista è riuscita ad eludere la pericolosa onnipresenza di Vidocq.
C: “Stai bene? Come ti senti?”
P: “Mai stato meglio. Stavo riflettendo che poche ore fa ero all’ inferno e adesso mi trovo al suo esatto opposto.”
C: “E la spalla?”
P: “Brucia un po’ per via del sale ma va bene così. Forse mi rimarrà una piccola cicatrice.”
C: “Alle ragazze piacciono. Raccontano una storia.”
Poi ride, con la sua inconfondibile voce da bambina.
Usciamo, ci asciughiamo e ci dirigiamo verso le nostre carrozze.
Memphis ci delizia con un’ imitazione di Buffalo Bill nel “Il silenzio degli innocenti”: la scena iconica in cui uno strepitoso Ted Levine si infila l’ uccello tra le gambe ballando sulle note della stupenda “Goodbye Horses” di Q Lazzarus.
Destinazione Parco Hemingway.
Conosco il parco come le mie tasche, ci sono cresciuto accanto.
L’ idea sarebbe di riposare ma presto diventa chiaro che sarà impossibile; è l’ora della colazione per le zanzare lignanesi.
Ci dilettiamo su scivoli, castelli e amenità varie mentre l’ irriducibile Vidocq torna alla carica su Clizia con rinnovata determinazione.
Come da tradizione infilo una paglia in bocca al testone del buon Ernesto. Monumento che si erge esattamente al centro del parco.
All’ unanimità decidiamo che per recuperare le forze la scelta migliore è tornare in spiaggia, nella zona nei pressi della Pagoda di Lignano Pineta.
Rigorosamente a sinistra del pontile.
Accompagno i miei amichetti nella zona designata, ancora deserta, e in pochi secondi sono tutti svenuti.
Io invece mi dirigo verso il mio appartamento per un cambio d’ abito; indosso ancora gli abiti sdrucidi della caduta agli inferi.
Avrei potuto ospitare tutti ma la verità è che la maison è occupata da una delle mie sorellone, Sister Nena.
Non sa del mio arrivo e immagino sarà già abbastanza scioccata di vedermi in queste condizioni, figuriamoci con altri 5 zingari.
Decido che per giustificare il mio aspetto e’ meglio propinarle una bugia; non per nascondere l’ accaduto ma perché la verità risulterebbe più complicata ed assurda della balla stessa.
Inoltre non ho nessuna intenzione di trattenermi a lungo; sento l ‘ Hangover che comincia a farsi strada attraverso il mio corpo. Chi si ferma è perduto.
Le spiegherò in futuro.
P: “Eccomi, Nena.”
N: “Che ti è successo?”
P: “Ho fatto nottata al pontile e per scherzo mi hanno buttato giù…”
N: “Si…ok.”
Non ci crede ovviamente ma non fa ulteriori domande.
Ha visto di peggio; ha fatto di peggio.
Mi doccio e mi infilo il costume.
Nel frattempo Lignano si è risvegliata ed è brulicante di turisti che si dirigono verso la spiaggia.
Lo spettacolo che mi si propone davanti è meraviglioso, un quadro rinascimentale ma con influenze decadentiste: avevo lasciato i miei amici addormentati in un lido deserto e adesso invece sono circondati da un’ orda variopinta di bagnanti.
Giudicanti e spocchiosi oltretutto.
Rosco ha un principio di insolazione, esclusivamente sulla parte del corpo esposta al sole; sembra un Chupa Chupa panna e fragola.
Sbunny ha un nido di rondine al posto della sua rossa chioma e lo sguardo di chi ha appena annusato una merda.
Memphis è avvolto dal telo da bagno; sembra Laura Palmer, appena rinvenuta nel suo sacco di plastica.
Clizia indossa ancora i suoi pantaloni lunghi camouflage.
È in posizione fetale ed intorno a lei qualcuno ha scavato nella sabbia un cuore.
L’ autore è Vidocq ovviamente, collassato poco distante da lei.
La gente come lui non molla mai. Bisogna dargliene atto.
Non li sveglio.
Sembrano uno sfregio alla “normalità”, una cicatrice. Raccontano una storia.
Mi stendo anche io e mi godo il momento ascoltando i commenti sprezzanti delle persone che ci circondano.
Li lascio fare e mi accendo una Blu.
Non sanno che per me i loro insulti sono come medaglie.
Una compagnia di ragazzi, per lo più compaesani, che si ritrovavano nel quartiere popolare.
Il “cubo” non era altro che un blocco di cemento che presentava un’ entrata per la manutenzione sotterranea del quartiere.
Il programma per quella notte estiva era una trasferta alla casetta degli Alpini a Marsure; luogo dove si svolgevano spesso concerti e feste della provincia pordenonese.
Poi sarebbe proseguita in After a Lignano Sabbiadoro per vedere l’ alba.
La nostra prima meta in realtà è un posto segreto che si trova oltre la casetta degli Alpini, seguendo un complicato ed angusto sentiero circondato da una vegetazione molto folta.
Il sentiero termina in un’ isolata e piccola zona di roccia che si affaccia su uno strapiombo, ad una pozza d’acqua , con nessuna visibilità. In alto solo le stelle.
Impossibile stimare la profondità della pozza; nessuno di noi si è scoperto Indiana Jones e si è spinto all’esplorazione del “buco”.
Fino a stanotte.
Stasera siamo una dozzina e come d’abitudine ci sistemiamo alla bene e meglio armati di birra, gangia e chitarra.
Tra questi ci sono Sbunny, Rosco, Bozza, Memphis e Clizia.
Li cito non perché siano più importanti degli altri ma perché avranno un ruolo determinante in quella che sarà una notte per me indimenticabile, nel bene e nel male.
Qualcuno si mette subito al lavoro nel rollaggio.
In questo periodo sto cavalcando la velleità di essere membro di una band post-grunge, i Dust On Paper.
Rosco ed io ci crediamo molto ma facciamo indiscutibilmente cagare.
Sono tempi in cui un ragazzo ha urgenza di esprimersi, di scoprire, sperimentare.
E rimorchiare.
Nel repertorio abbiamo qualche pezzo unplugged così approfittiamo del pubblico e della mancanza di vie di fuga per fare una piccola session.
Conclusa l’ agonia Rosco dichiara, tra lo sgomento generale, che quello che sta accendendo è l’ ultimo joint rimasto.
Poco male.
Birra ce n’è ed io mi sento già cotto a puntino.
All’ improvviso mi ricordo di essere rimasto in parola per avvisare un altro personaggio che ci dovrebbe raggiungere: Vidocq.
Ovviamente il buon Nokia 3310 non ha segnale in una zona così isolata quindi valuto di raggiungere la casetta e da lì chiamarlo.
Mi alzo in piedi e già uno svarione mina il mio equilibro.
Faccio lo sbruffone (non esiste che mi faccia vedere in difficoltà) e cercando di mostrare nonchalance metto un piede davanti all’altro verso quello che mi sembra l’inizio del sentiero.
È buio, non si vede un cazzo, le uniche luci sono le bronze delle Diana Blu accese.
Memphis: “Dove stai andando?”
P: “Vado a recuperare quel coglionazzo di Vidocq!”
M:” No, intendo dire dove cazzo stai andando, stai andando dalla parte sbagliata!”
Il mio piede destro non trova sostanza e in un attimo sto cadendo di schiena nel vuoto.
Vi confermo la veridicità di quello che solitamente si dice riguardo a queste situazioni: il tempo rallenta veramente e nonostante non mi sia passata la vita davanti ricordo perfettamente di essermi preparato con rassegnazione allo schianto.
SBAM!
O meglio:
SPLASH!
Vengo inghiottito da una massa gelida e buia e subito mi affretto a cercare di raggiungere la superficie.
Riemergo ma non riesco a dire niente, penso solo a caricare i polmoni di ossigeno, con molto affanno.
Sento le voci degli altri ma non riesco a distinguerle; concentrarmi è difficile perché mi assale la consapevolezza che la pozza è profonda, non tocco il fondo.
Mi sembra di intravedere fugacemente nel buio una presenza; dev’essere frutto della mia immaginazione, del mio cervello che cerca di elaborare l’ accaduto.
Trovo un appiglio.
Una parete di roccia.
Mi aggrappo e cerco di riprendere fiato.
Un buio, un freddo…
Valuto i danni.
Mi brucia la spalla ma non oso staccare il braccio dalla parete per controllare; ho perso gli occhiali e non c’è alcuna fonte di luce.
Vedo solo la sdrucciolevole roccia davanti ai miei occhi.
Sono sotto shock ovviamente, altrimenti non si spiega come per tranquilizzare gli altri che sono vivo lo faccio ridendo sguaiatamente.
Rosco mi urla che da lassù non mi vedono e io gli spiego la situazione, del mio appiglio.
“Adesso veniamo a prenderti!”
La cosa mi rincuora e cerco di farmi sentire tranquillo.
Bozza parte alla ricerca di una via d’accesso; sento distintamente lo spezzare di rami per farsi spazio nella fitta vegetazione ma intuisco dalle sue imprecazioni che il problema principale è la scarsa visibilità e l’impossibilità di capire la mia esatta posizione.
Cerco di sdrammatizzare.
“Come stai?!”
P:”È freschetto, regaz! Fumerei volentieri una paglia ma ho la leggera impressione che siano zuppe.”
Un buio, un freddo…
Il tempo passa e mi rendo conto che inesorabilmente sto perdendo mordente nella presa.
Forse i miei compari hanno bisogno di maggiore motivazione quindi comincio ad allarmarli sulla mia stanchezza.
P: “ Ok ragHashish, comincio ad essere stanchino e non vedo un cazzo di niente e di nessuno intorno a me…”
Vedo solo questa cazzo di parete che in questo momento è tutto quello che ho, tutto quello che conta.
All’ improvviso Bozza urla qualcosa di agghiacciante, qualcosa che sa di fallimento.
Bozza: “Forse…forse potresti farti trasportare a valle dalla corrente e ti recuperiamo laggiù!”
Mi si gelerebbe il sangue se non fossi già tremante ed infreddolito.
Un buio, un freddo…
P: “ MA SEI FUORI?!”
Per quanto assurdo sia il “suggerimento” di Bozza è determinante per farmi giungere alla consapevolezza che se non agisco e mi prendo il rischio non ci sarà nessuna Lignano, nessun ritorno a casa, nessun rimorchio, nessun lieto fine. Niente di niente.
Con le mani faccio tutta la pressione che riesco ad esercitare sulla roccia spingendomi lateralmente sulla sinistra.
Sono di nuovo completamente nella massa buia e gelida.
Un buio, un freddo…
Due o forse tre bracciate.
Un momento infinito.
Sbatto violentemente il ginocchio su qualcosa…
Forse se cerco il fondo con le gambe e con le braccia posso…
Mi ritrovo in piedi, con l’acqua che non arriva neanche alle ginocchia.
Porca troia…la sponda non era a più di due metri dal mio affezionatissimo appiglio.
Un buio,un freddo…ma un sollievo…
Aggiorno gli altri.
Grida di giubilo e di gioia.
Valuto la nuova situazione.
Capisco che ho fatto un volo in caduta libera di circa 4 metri.
La pozza è circolare con neanche mezzo metro di sponda; mi accorgo che sotto la parete dalla quale sono caduto, dove in cima ci sono i miei compari, c’è una porzione di roccia…
Se non fossi piombato giù al centro del buco…
Controllo i danni…un’ escoriazione taglia perfettamente in verticale il tatuaggio che mi circonda la spalla.
Pensavo peggio.
Alle ragazze piacciono le cicatrici, raccontano una storia.
I pantaloni beige sono lacerati sul ginocchio e mostrano chiazze di muschio in più punti. Poco male, me ne farò una ragione.
Rimane da capire come raggiungere i regaz.
Mi avvicino alla parete, alzo lo sguardo e vedo gli inconfondibili Jeans azzurri di Rosco scendere verso di me.
Un’ evasione. All’ inverso.
Mi aggrappo e in pochi attimi vengo issato in cima.
Ricado sulle pallide gambe di Rosco e su tutti gli altri che trattenevano il mio amico per evitare di scivolare.
Un buio, un freddo…ma un poi un calore, amici miei.
Tanti abbracci e occhi lucidi.
Rosco mi guarda con sguardo severo:
R: “Mi devi una canna…quello che avevo acceso l’ho buttato appena sei scivolato giù.”
P: “Quello che vuoi. Ma adesso andiamo a Lignano, giusto?”
In una domenica tipica pordenonese, grigia e piovosa, decido di alzare il culo dal divano e di recarmi al Caffè Letterario in Piazza della Motta.
L’occasione è l’esibizione del Mignottone Pazzo (non fatevi salire il #metoo, lo pseudonimo lo ha scelto lei), una delle mie amiche del cuore, che ormai da qualche tempo partecipa al progetto HARDCORO.
Qualche cenno storico sull’ Hardcoro:
il progetto nasce nel 2017 dalla mente di Davide “Pedro” Petrecca (personaggio che spero ritroveremo il prossimo anno quando scriverò della fantomatica CARLITO’S CUP, Covid permettendo).
Pedro coinvolge i suoi amici Michele e Nicola, all’epoca chitarra e voce della band GONZALO.
L’idea è di creare un coro dilettantistico con un repertorio che “buh, non ho idea di come definirlo”( cit. Pedro) ma magnificamente ispirato dai PUMAS HARD CHORUS e dalla loro hit “Truly Madly Deeply”.
L’anno seguente entra nel progetto Francesca, voce dei DISTRICT, prima come consulente ed in seguito come direttrice.
Con grande passione l’ Hardcoro, all’epoca quindici elementi circa, si riunisce con tutte le difficoltà del caso e nel Dicembre 2019 sale sul palco dell’ Astro Club per esibirsi assieme ai SICK TAMBURO.
Non si esibiscono in molte occasioni ma non per la mancanza di ingaggi, anzi.
L’ accurata scelta delle esibizioni è parte fondamentale del loro approccio.
Lo lascio spiegare meglio a Pedro: “Non abbiamo nessuna aspirazione di fama o successo, vogliamo divertirci, stare assieme. Vogliamo cantare canzoni belle, chi se ne fotte se sono vecchie e nuove, pop o punk, cantiamo canzoni belle.”
Una goccia pura in un oceano di opportunismo e pretenziosità dilagante.
Il Caffè letterario è gremito per il brunch domenicale e per un momento penso che potrebbe diventare il mio nuovo locale preferito dopo aver notato che gli avventori esibiscono bottiglie di Jose’ Cuervo al tavolo.
La delusione mi investe quando capisco che è solo un modo originale per servire l’acqua.
L’ Hardcoro dovrebbe esibirsi nella corte adiacente ma la situazione meteorologica decide che non è ancora giunto il momento.
Se è vero che il Friuli-Venezia Giulia in questi casi può essere un osso duro ed una grandissima rottura di coglioni è anche vero che non può competere con il famigerato temperamento della sua popolazione.
Infatti tra una bestemmia e l’altra comincia a piovere vino.
Nel frattempo mi raggiungono Rita e Pablo, anche loro presenti a supportare il Mignottone Pazzo.
Pablo non deve essersi alzato col piede giusto in quanto dopo avere dato un’ occhiata intorno ai presenti si lancia in una appassionata e coinvolgente invettiva nei riguardi del pubblico presente.
L’oggetto in particolare è il rapporto età anagrafica e calzature.
“Ma dai! Questi hanno quaranta anni e hanno tutti le Dr. Martens sfavillanti, appena comprate; e sono sicuro che cinque minuti fa erano tutti al Bar Posta. Basta con questa finta attitudine alternativa!”
Metto le mani avanti con Pablo e giustifico le mie Vans a scacchi, acquistate alla bella età di 42 anni, celebrandole come le scarpe più comode che abbia mai indossato.
Il discorso comunque mi appassiona e cerco di provocarlo ulteriormente facendogli notare la presenza della caratteristica ragazza / ormai donna matura / anfibi /calze strappate/ cane al guinzaglio (Punkabbestia mi sembrava brutto).
La tensione che sprigiona Pablo è visibile; ho l’impressione che le persone intorno a noi l’ abbiano percepita tanto da allontanarsi da noi sensibilmente.
L’unico che continua a fissarci pietosamente è il cane, un malandato e umidiccio Cocker.
Diventa chiaro anche il perché: al richiamo della padrona non si gira ed è costretta a toccarlo per avere l’ attenzione del poveretto.
È sordo.
Ci vede benissimo però perché si gira verso di noi altre due volte prima di sparire nello sfondo.
La interpretiamo come una chiara richiesta d’aiuto.
Mi spiace, piccolo.
Finalmente spiove e può iniziare l’esibizione.
Si inizia con “Alright” dei Supergrass e si continua con “Sheena is a punkrocker” dei Ramones.
Ovviamente all’ inizio la nostra attenzione è tutta rivolta al Mignottone Pazzo.
Siamo sorpresi perché è disinvolta, sciolta, canta con passione.
Rita mi fa notare la somiglianza con “L’estasi di Santa Teresa”.
Ho un tale sussulto che verso quasi tutto il contenuto del calice sulle Vans.
Dannazione.
Comincio a concentrarmi sull’ esibizione generale e quasi non ci credo quando durante l’ esecuzione di “Un giorno nuovo” dei Sick Tamburo esce il sole ed illumina la corte.
Sembra rilassare un po’ tutti, soprattutto i ragazzi dell’ Hardcoro che si lanciano in una emozionante “Lucky Man” dei Verve.
Una bellissima alternanza armonica tra voci femminili e maschili.
Sembra molto di più di un’esibizione amatoriale e l’emozione è palpabile.
Acquista ancora più valore se si considera il fatto che questi ragazzi abbiano provato poche ore prima nel parcheggio di un supermercato, sotto la pioggia, pur di tornare ad esibirsi, di stare assieme.
Pandemia e restrizioni infatti non hanno risparmiato neanche l’ Hardcoro in questi due anni. Non si sono dati per vinti.
Chapeau.
Seguono “All my loving” ( The Beatles), “Tender” (Blur), “Suspicious mind” (Elvis Presley) ed una splendida e sempre toccante “Space Oddity” di Bowie.
L’ Hardcoro sembra confermare innegabilmente l’ attitudine alla base del progetto: cantare canzoni belle.
Lo fanno bene e non è per nulla scontato, a mio parere.
Si fa strada una versione romantica, quasi una serenata, di “1979” degli Smashing Pumpkins; una lettura coraggiosa di un inno generazionale.
Inaspettata e sorprendentemente convincente.
“Fiamme negli occhi” dei ComaCose scivola via dolcemente per dare spazio e voce addirittura ai Rancid con “Roots Radical”.
Seguono i giustificatissimi ringraziamenti di rito e gli “arrivederci”.
Un piccolo miracolo essere riusciti a mantenere un progetto che nella sua semplicità di base può nascondere tante insidie, ancora di più in questi due anni.
Il cuore e la passione oltre l’ostacolo.
Dopo il dovuto bis, una versione più ritmata di “1979”, l’ Hardcoro è pronto per assalire il bar e annaffiare le ugole.
Se vi capita l’occasione andate ad ascoltare l‘ Hardcoro.
Con le Dr. Martens, con le Vans o anche con i mocassini.
Note dell’ autore:
Pablo alla fine si è rilassato ma detesta ancora le Dr. Martens.
Rita si interessa ancora di arte.
Mignottone Pazzo è ancora il Mignottone Pazzo.
Il Cocker sordo nessuno l’ha più visto ma mi piace pensare sia riuscito a fuggire.
È dal giorno in cui è stata annunciata la presenza di Irvine Welsh a PordenoneLegge che vivo uno stato febbrile d’eccitazione.
Solitamente la manifestazione pordenonese si è sempre limitatata ad essere un ciclone di aperitivi e sbevucchiate, almeno per quanto mi riguarda.
Questa volta è diverso.
Lo scrittore scozzese è il mio idolo letterario ed il pensiero della possibilità di trovarmelo di fronte è paragonabile allo stato di eccitazione e agitazione di una liceale americana la sera del ballo di fine anno.
L’occasione è la presentazione del suo ultimo romanzo, “L’artista del coltello”, dove il protagonista assoluto è uno dei più celebri personaggi dell’autore di Edimburgo: Francis Begbie.
Alla conferenza in Piazza della Motta mi accompagna Houston, solido centrocampista del Borgo Cappuccini, squadra di calcio amatoriale di cui ho portato la sacra maglietta per farla autografare assieme ovviamente ai miei romanzi preferiti.
Vado sul sicuro; Welsh è un grande appassionato di calcio, in particolare degli Hibernians.
Prendiamo posto e subito mi sale la schiuma alla bocca.
Le prime file sono interamente occupate da tardone dai 60 in su agghindate da gara, neanche partecipassero ad una riunione del Rotary o del Lions Club.
È palese che non sappiano minimamente chi sia Welsh e soprattutto quali siano gli argomenti che tratta nelle sue opere.
Dubito che la Signora Maria Giovannina Vattelappesca abbia mai sentito parlare di Spud, Sick Boy, Juicy Terry, Second Prize o di Leith.
Dovrei essere contento perché in fondo questo potrebbe accendere l’ interesse verso l’opera di Welsh e risvegliarle dal torpore dei libri di Fabio Volo e Bruno Vespa; in verità mi suscita un antico fastidio, una sorta di gelosia adolescenziale.
La nostra attenzione si sposta al mediatore che annuncia un ritardo mostruoso in quanto il generoso Irvine sembra essere stato letteralmente sequestrato dalla radio locale.
Comincio a sbanfare e ad innervosirmi mentre Houston mantiene la dovuta calma intrattenendomi con la sua leggendaria conoscenza di statistiche e nozioni calcistiche.
Alla fine la lucida testa pelata di Irvino fa capolino sul palco e si accomoda.
Da questo momento in poi il resto sparisce e la mia attenzione è totalmente concentrata sulla sua figura; cerco di cogliere ogni gesto e mi sorprendo a scoprire che il mio idolo, a parte qualche ghigno in risposta alle battute imbarazzanti del mediatore, dimostra un distacco invidiabile.
Il dibattito è incentrato ovviamente su Begbie e sull’evoluzione del personaggio (non spoilero per chi volesse recuperare il romanzo).
Si scherza sui gusti musicali del gattone Franco; da Rod Steward all’ album “Chinese Democracy” dei Guns N’ Roses.
In particolare quest’ultimo è celebre per essere una dei dischi più brutti e sovrapprodotti della storia della musica ma che ovviamente per il Beggar Boy è un capolavoro indiscusso.
Non dovrei esprimere la mia opinione (nel dubbio MAI contraddire Franco) ma è davvero un escremento commerciale.
Lo scrittore di Leith ci delizia leggendo un estratto dal romanzo e inaspettatamente toglie per qualche minuto la sua maschera distaccata.
Si percepisce l’affetto che prova per la sua creatura; sarebbe interessante chiedergli quanto ci sia di se’ stesso nei gesti e nei pensieri del suo personaggio.
Purtroppo il mediatore preferisce farsi bello e mettersi in mostra con assurde divagazioni per dimostrare che ha letto i romanzi.
Arriva l’annuncio che Houston ed io stavamo aspettando: l’autore incontrerà i lettori e firmerà gli autografi.
La fila si sfoltisce pian piano proporzionalmente alla diminuzione della mia saliva.
Ho la lingua felpata mentre gli porgo “Colla” e “Porno”, in assoluto le mie opere preferite.
È tutta la settimana che mi preparo ad eventuali domande e risposte nella lingua di Albione.
Non riesco ad articolare mezza frase quindi decido di giocarmi la carta Borgo Cappuccini.
Osserva la sacra maglia, la stende bene sul banchetto e firma mentre balbettando incerto gli spiego che si tratta della squadra di calcio per cui gioco.
Sembra apprezzare ma mi coglie alla sprovvista domandandomi come ce la stiamo cavando in campionato.
Vorrei rispondere ma dalla mia bocca non esce alcun suono; per fortuna mi viene in soccorso Houston che fluentemente dichiara che non stiamo vivendo il nostro miglior periodo, a tutti gli effetti una crisi profonda.
L’autore ringrazia e saluta.
Passo gli istanti seguenti ad inviare messaggi ai miei contatti che apprezzano il gattone Welsh; non per suscitare invidia ma per cercare empatia.
Poi arrivo a casa e accendo tutte le luci del soggiorno per rimirare bene la camiseta biancorossa del Borgo.
Meravigliosa.
Mi stendo sul divano non prima di avere messo in riproduzione la colonna sonora di Trainspotting; mi accorgo di essere sfinito a causa probabilmente dello sforzo emotivo.
Il fatto di essermi trovato inerme e impreparato di fronte al mio idolo mi rode, devo ammetterlo, quindi decido fare ricorso all’antica arte dell’ onironautica.
Trattasi di quel particolare stato di coscienza auto indotto in cui si è consapevoli di star sognando e si ha la capacità di non indurre il risveglio e di continuare ad interagire col mondo dei sogni.
È una tecnica a cui non sono nuovo.
Sarebbe fantastico poter incontrare nuovamente il buon scozzese, seppur oniricamente, quel tanto che basta per farmi passare il fastidioso impaccio provato nella realtà.
“Born slippy” degli Underworld è in diffusione nell’attimo in cui mi arrendo e mi lascio abbracciare da Morfeo.
In fondo cosa potrebbe andare storto?
…
Apro gli occhi e provo un immediato senso di angoscia opprimente, la sensazione di essere colpevole, di avere fatto qualcosa di imperdonabile, qualcosa di pericoloso.
Metto a fuoco e mi trovo di fronte l’ inconfondibile sguardo da gatto selvatico di FRANCIS BEGBIE.
< Eccotti qui, Jordy Boy! Infamedimmerda!>
<Franco, macchecazz…>
Non faccio in tempo a finire la frase che con uno scatto felino il gattone mi salta addosso e comincio a sentire i suoi artigli stringermi il collo.
<COM’È QUELLA STORIA CHE CHINESE DEMOCRACY ” E’ UN ESCREMENTO COMMERCIALE???>
Lo trovo al banco alle prese con un Negroni e capisco che devo già recuperare il terreno perduto.
Ordino un Martini cocktail, bello secco.
Se vuoi spiazzare un compagno di serate, avere il suo rispetto e mettere le cose in chiaro sul proseguimento della serata non esiste scelta migliore; un cocktail che dovrebbe essere un aperitivo ma che ha l’effetto di 5 ordigni nucleari.
Dopo i convenevoli Lebo sguaina il cellulare con l’intento di reclutare altri agenti operativi per la nottata, come suo solito.
Mi colpisce sempre la sua capacità organizzativa; mi ricorda il cartone animato M.A.S.K. , celebre negli anni ‘80, in cui i protagonisti si riunivano per scegliere gli agenti più adatti alla missione.
Lebo: <ci serve un autista.>
P: <Marin?>
L: < è a Lignano.>
P: < Zarathustra?>
L: < non è automunito al momento >
P: <Kenny?>
L: < Patente ritirata. Ou, non ti ricordi di quel lavoretto andato male a Piancavallo?>
P: < cazzo, è vero. Brutta storia. Beh…rimane Omissis…>
L: < uuuu ottima idea! È praticamente astemio. Chiamo.>
Omissis, personaggio tranquillo ed introverso, ci raggiunge al Gordo.
Lo informiamo del programma: aperitivo variegato in centro, cazzeggio totale e poi blitz al Deposito Giordani dove in serata si esibirà Francesca Michielin.
Della Michielin non ci importa granché a dire il vero; il nostro obiettivo è seminare un po’ il panico e scroccare un drink al nostro beneamato Puta, resident Dj e direttore artistico del locale.
Raggiunto il livello adeguato consegno le chiavi del mezzo ad Omissis e visto che siamo in anticipo sulla tabella di marcia decidiamo di macinare qualche Chilometro a cazzo intorno a Pordenone, ascoltando un po’ di musica.
Fingo indifferenza quando scelgo la chiavetta USB.
In verità l’ho riempita poco prima di uscire con pezzi che so infiammeranno il mio compare.
Parte “My generation” degli Who ed è già un “…f-f-f-fade away…” collettivo che riempie l’abitacolo.
Con “Wake up” degli Arcade Fire Lebo sta già sbanfando e lanciando proseliti magnificando con grande entusiasmo la band canadese.
“Come se” dei Subsonica crea scompiglio in quanto Lebo si ostina a cantare “Come che” e mi sanguinano le orecchie.
La batteria elettronica di “Blue Monday” dei New Order irrompe ed Omissis rischia la lapidazione quando afferma letteralmente che “questo pezzo fa schifo”.
Penso a “Bastogne”, romanzo del pretoriano della Old School Enrico Brizzi, dove due ragazze malcapitate fanno una cruenta fine per aver definito “musica da tinello” i Public Image Ltd.
A differenza loro Omissis viene risparmiato, nonostante tutto; d’altronde è lui che guida e di autisti al momento c’è scarsità.
Cerco di convincere Lebo dell’impatto innovativo di “Copy of A” dei Nine Inch Nails ma capisco che lui non è pronto per l’ Industrial e mai lo sarà.
Nel frattempo ci avviciniamo al Deposito; c’è spazio per un ultimo pezzo e decido di accettare richieste.
Omissis mi chiede un pezzo dei Coldplay.
Cortesemente lo mandiamo a cagare.
La chiavetta sceglie da sola.
È “Stress” dei Justice nella versione live, uno dei pezzi preferiti mio e di Lebo, colonna sonora di innumerevoli serate.
Un pezzo che per attitudine si presta benissimo al mood in corso; ci carica a molla, vengono accese sigarette, i pugni sbattono sul tettuccio, Omissis sbanda pericolosamente ma il fatto non ci preoccupa minimamente.
Mi sembra di intravedere una ragazza sul ciglio della strada mentre sfrecciamo, ma dev’essere la mia immaginazione. Siamo in una zona piuttosto isolata.
Godiamo all’arrivo del drop che segue i violini dell’ intro.
Facciamo il nostro ingresso baldanzoso e minaccioso al Depo; Puta sfodera il solito ghigno che maschera preoccupazione, ma sembra tranquillizzarsi quando capisce che non siamo da buttare via.
Francesca Michielin ha già finito il suo concerto e sta già dispensando autografi e selfie al pubblico di un’età sorprendentemente bassa.
Ci viene incontro Fartlek, l’allenatore della nostra sgangherata squadra di calcio amatoriale, assieme alla sua giovane progenie.
Entro in fase Detective.
Mi informa che il concerto è stato bello e che la Michielin ha suonato un fottio di strumenti dimostrando una grande attitudine; immagazzino le info.
Lebo mi fulmina con lo sguardo e capisco che abbiamo avuto la stessa idea.
Vuoi non fare un selfie con la Franceschina?…sei lì…
Mentre avanziamo verso la bambolina mignon che sfoggia un maglioncino grunge a fascia nere e rosse non posso fare a meno di notare di come si trasformi il suo volto ad ogni selfie.
Seria-sorriso a 60 denti-selfie
Seria-sorriso a 60 denti-selfie
Seria-sorriso a 60 denti-selfie
E così via.
L’immagine di Chucky, la bambola assassina mi attraversa il lobo frontale. Inquietante.
Un’altra cosa mi colpisce: è Lebo che si agita al mio fianco.
L: < ou…PietroPaolo…>
P:< cosa c’è?>
L: < non mi va più di farlo.>
P: < qual è il problema,vez?>
L: < …è che non mi ricordo…>
P: <cosa?>
L: < …il nome…si chiama Michela Franceschin o Francesca Michielin?>
P: <rilassati, Lebo!>
Salutiamo Michela Franceschin e le facciamo spudoratamente i complimenti per il bellissimo concerto, non dimenticandoci di elogiarla per la sua abilità polistrumentistica.
Scattiamo il selfie e concludiamo la serata con un paio di flauti di birra al banco.
Rimane una sola cosa da fare: richiedere un pezzo al Puta, già dietro alla Console, per continuare la serata, per mettere benzina nell’anima.
Non c’è dubbio sulla scelta.
STRESS.
Nota dell’autore:
Mi sono dilungato più del solito in questo racconto che sebbene fosse programmato da tempo è stato scritto di getto, come la maggior parte delle mie serate con Lebo.
Era personalmente necessario e doveroso.
Lebo è uno pseudonimo che ho inventato per un intimo amico,quasi un fratello, che non c’è più.
È grazie a lui che ho deciso di aprire Unblogpienodigente e me ne rendo conto solo adesso.
Nell’ormai lontano 2005 una camperata contenente Marin, Buch, LoscoFiguro, Mr Pisc ed il Vostro affezionatissimo è di ritorno da un estenuante viaggio attraverso Spagna e Francia.
La zingarata aveva delle regole:
– baffi
– idratarsi adeguatamente con luppolo
– doccia solo in caso di rimorchio
– non poter evacuare nel bagno del camper ( ad eccezione fatta per il pingue Buch, il nostro tuttofare )
La tensione è alta.
Ci siamo divertiti ma anche scannati; comincio a pensare che sia questo quello che provano i membri di una band in tour per 7 mesi e noi siamo in viaggio da soli 7 giorni.
Il generatore, che ci permette di usufruire dell’ I-pod e dell’impianto improvvisato, è ancorato ingegnosamente al retro del Camper.
Un’ opera post-moderna, un capolavoro di Buch ( a tutti gli effetti il vero motivo per cui può godere di certi privilegi ).
Realizziamo che il super generatore necessita di un rabbocco di benza quando “Girl” di Beck ci pianta proprio sul refrain.
Non possiamo assolutamente affrontare il famigerato tratto che porta a Ventimiglia, veramente lungo ed impegnativo, privi di musica ed intrattenimento digitale; ma la vera ragione della sosta, a dirla tutta, è un impellente bisogno di utilizzare i cessi dell’ autogrill.
All’interno noto immediatamente una figura che spicca dall’ anonimato generale: vestito con scarponcini dopo-sci, tuta e fascetta sopra la fronte che raccoglie un cespuglio di capelli ricci.
Appena si volta capisco che mi trovo di fronte ad un Niccolò Fabi con un principio d’ insolazione.
Faccio finta di niente, acquisto le paglie e mi reco nell’ agognato bagno.
Faccio appena in tempo a sedermi sul trono di ceramica che sento entrare un individuo nel servizio adiacente al mio.
Riconosco il tipico fruscio di una tuta da sci ed il rumore di una zip.
Mi fulmina la consapevolezza che è altissima la probabilità che io stia cagando a non più di un metro dal riccioluto Niccolò.
L’imbarazzo dev’essere reciproco perché a questo punto inizia un balletto di colpi di tosse atti a mascherare eventuali rumori molesti.
Non è sufficiente e decido di calare la briscola: fingo una telefonata ai parents, convinto che questo possa togliere entrambi dall’ impaccio.
Ammetto che ho una leggerissima ossessione per i bagni pubblici… pulisco dopo l’uso la tavoletta e il bordo con la carta igienica sia se mi trovo alla maison sia se mi trovo nel peggior bagno di Scozia ( mi devasta il pensiero che chi entra dopo di me mi ritenga responsabile delle condizioni igieniche generali ) .
Espletato il compito apro la porta il più velocemente possibile per dirigermi verso il candido lavandino ma Niccolò decide di seguirmi a ruota.
Mi sorge il dubbio di avere frainteso…forse era una gara…
Boh…
Silenziosamente iniziamo il rituale dell’ igienizzazione e questa volta vince lui.
Incrociamo gli sguardi per un attimo e con sorprendente gentilezza e calma mi saluta con un “Ciao, buona giornata…” ; poi dopo aver quasi imboccato l’uscita mi rivolge un ultimo pensiero:
<<…anche alla tua famiglia.>>
Non conosco molto la discografia di Fabi ma mi diverte pensare che da qualche parte, in qualche strofa di una qualche canzone scartata, ci possa essere un verso ermetico che ricorda questo episodio.
Sapete poi com’è il detto:
“Non conosci una persona finché non ci sei stato in bagno assieme.”
Ho conosciuto Niccolò Fabi ed è senza dubbio una bella persona.
Recuperare LoscoFiguro1 dall’aeroporto , di ritorno dai suoi viaggi lavorativi orientali, è sempre stata un ottima scusa per prendersi un giorno di ferie.
Il mio compagno di esfiltrazione è Marin.
Cosa importante da precisare è che in questo periodo siamo ossessionati da “Un tempo piccolo”, enorme capolavoro di Franco Califano, nella versione cantata dal Califfo stesso (e non da Zampaglione).
Aspettiamo belli croccanti l’uscita di LoscoFiguro1 che però sembra farsi attendere.
Compare invece questa specie di beduino, splendente nei suoi abiti di lino bianco e occhiali a specchio; Marin sgrana gli occhi; ci vuole un microsecondo per riconoscerlo.
È lui.
È il Califfo.
È titubante, spaesato, confuso; poi individua il suo autista ed è percepibile il suo sollievo.
Inutile dire che l’entrata in scena di LoscoFiguro1 passa del tutto inosservata in quanto i nostri sguardi sono catturati da questa luminosa figura che lentamente si allontana.
Non resisto e agisco:
<<CALIFFOOOO!!>>
urlo con un tono pseudo romanesco, come la voce che contraddistingue il destinatario.
Distratto dalla conversazione concitata con il suo Chaffeur, reo di averlo fatto attendere, il Califfo si volta verso di noi e come nella più classica delle sceneggiature romane solleva il braccio stizzito ed esclama:
<<MAVAAAFFANCULO!>>
I nostri neuroni impazziscono; dimentichiamo il motivo per cui siamo lì.
Ci precitiamo al bar dell’aeroporto ed ordiniamo.
Mescoliamo la vodka con l’acqua tonica e brindiamo.
Oggi:
Franco Califano non c’è più “ma non scordai di certo un amore folle in un tempo piccolo”.